Eisenkot, l’ombra di Rabin e il tramonto di Netanyahu

Quando la memoria diventa una scelta politica e Israele deve decidere se continuare a vivere di paura o ritrovare il coraggio della ragione

Yitzhak Rabin

C’è una differenza, in politica, tra chi considera il potere una proprietà privata e chi lo considera un servizio pubblico. Benjamin Netanyahu appartiene da tempo alla prima categoria. Gadi Eisenkot potrebbe rappresentare la seconda. E per Israele, dopo tanti anni di nazionalismo esasperato, sarebbe già una rivoluzione.

Il presidente Isaac Herzog ha affidato all’ex capo di Stato maggiore il compito di formare un governo. Un’impresa tutt’altro che semplice, perché i numeri della Knesset non perdonano le buone intenzioni. Ma talvolta la storia offre occasioni che l’aritmetica parlamentare non riesce a misurare.

Per capire Eisenkot bisogna tornare a un altro generale, Yitzhak Rabin. Un soldato che aveva imparato una verità sconosciuta ai fanatici, si può vincere una guerra senza conquistare la pace, ma non si può costruire la pace continuando eternamente a fare la guerra.

Rabin tentò quella strada con gli accordi di Oslo, riconoscendo nei palestinesi non soltanto un avversario, ma un interlocutore. Pagò quel coraggio con la vita, assassinato il 4 novembre 1995 da Yigal Amir, un estremista ebreo contrario al processo di pace.

Non fu un delitto nato nel vuoto. Prima degli spari, Israele aveva conosciuto una campagna di odio nella quale Rabin veniva dipinto come traditore. Netanyahu, allora capo dell’opposizione, partecipò a manifestazioni segnate da quella retorica incendiaria. Ha sempre respinto ogni responsabilità nell’assassinio. Ma la responsabilità politica di un leader non si esaurisce nel codice penale, comprende anche le parole che pronuncia e quelle che lascia pronunciare.

E poi c’è Itamar Ben-Gvir, espressione di quel radicalismo religioso e nazionalista che considera il compromesso una capitolazione e la convivenza una debolezza.

La memoria, fortunatamente, distingue gli uomini.

Il primo novembre 2025 Eisenkot partecipò alla grande manifestazione di Tel Aviv per il trentesimo anniversario dell’assassinio di Rabin, davanti a una folla stimata in 150.000 persone. Denunciò la polarizzazione e l’incitamento all’odio. Nell’ottobre 2026 era nuovamente presente alla commemorazione ufficiale. Netanyahu, invece, mancava ancora una volta alla cerimonia di Stato al Monte Herzl, alla quale non partecipa dal 2019.

Non sono soltanto gesti protocollari. Sono segnali politici.

Naturalmente Eisenkot non è Rabin. Non sostiene oggi la nascita di uno Stato palestinese e conserva una concezione durissima della sicurezza israeliana. Sarebbe ingenuo dipingerlo come una colomba. Ma proprio qui sta il punto, Israele non ha necessariamente bisogno di un pacifista. Ha bisogno di un uomo capace di distinguere la sicurezza dalla vendetta, il patriottismo dal fanatismo, la forza dalla prepotenza.

Eisenkot ha condannato la violenza dei coloni estremisti contro i palestinesi. Netanyahu ha invece governato affidandosi anche a forze politiche che hanno trasformato l’intransigenza in programma.

Il nuovo incaricato dovrà cercare alleati, forse persino tra quei rappresentanti arabi che una parte della destra israeliana considera cittadini politicamente sospetti.

Sarebbe un primo, significativo passo verso la normalità democratica.

Rabin aveva compreso che il destino di israeliani e palestinesi non poteva essere affidato per sempre ai fucili. Eisenkot non ne ha raccolto integralmente il progetto, ma potrebbe recuperarne il metodo, responsabilità, dialogo e coraggio.

Netanyahu ha avuto molti anni per dimostrare che la paura poteva governare Israele.

È tempo di verificare se la ragione sappia farlo meglio.