Le strade della capitale del Paraguay non sono più un luogo di transito o di normale vita quotidiana, ma il teatro a cielo aperto di una crisi sociale e istituzionale senza precedenti. Asunción è completamente blindata, stretta nella morsa di un fiume umano che rifiuta i verdetti di palazzo e chiede giustizia. Almeno cinquemila persone, tra cui moltissimi giovani senza prospettive, famiglie attonite e anziani con le mani segnate da decenni di lavoro, si sono riversate attorno al palazzo legislativo per far sentire la propria voce.
I marciapiedi circostanti sono diventati bivacchi permanenti di rabbia e frustrazione. Si grida, si protesta, si piange senza vergogna. Gli slogan che rimbombano sotto le finestre del potere sono durissimi, scanditi con l’odio di chi non ha più nulla da perdere: «Santi, feccia, vogliamo la tua testa!». Non si tratta di una semplice contestazione politica o di una schermaglia tra partiti. Si tratta del grido viscerale e straziante di chi vede evaporare, nel giro di poche ore, i frutti di un’intera esistenza fatta di rinunce, stipendi risicati e sacrifici quotidiani compiuti per garantire un futuro dignitoso alla propria famiglia.
Il crac di Ueno Bank: quando i risparmi di una vita svaniscono nel nulla
All’origine di questa deflagrazione improvvisa c’è il collasso verticale di Ueno Bank, un istituto di credito di primissimo piano nel Paese. Cassa che vantava oltre tre milioni di clienti, praticamente la metà dell’intera popolazione paraguayana, e che gestiva enormi flussi di denaro pubblico, compresi i fondi pensionistici dell’Istituto di Sicurezza Sociale che tutelano la maggior parte dei lavoratori.
Quando i terminali bancari si sono improvvisamente bloccati e i conti correnti sono stati congelati, il Paese è piombato nel panico più totale. Per giorni, interminabili file di cittadini esasperati hanno stazionato davanti alle serrande chiuse delle filiali lungo le strade di Asunción, aggrappati alla vana speranza di poter prelevare quel poco denaro necessario a comprare da mangiare o a pagare le bollette.
Dietro questo crac devastante si muovono ombre inquietanti. Pesanti sospetti di conflitti d’interesse, favoritismi ai vertici dello Stato e ingenti risorse pubbliche dirottate in modo opaco. Per milioni di correntisti, il fallimento della banca non rappresenta soltanto un freddo fallimento finanziario, ma una condanna alla miseria e un furto legalizzato della propria sicurezza.
Le dimissioni a sorpresa e l’isolamento politico di Santiago Peña
Isolato politicamente e ormai privo di qualsiasi sponda istituzionale, il presidente Santiago Peña ha tentato la carta della fuga politica e della mediazione estrema. Con un messaggio affidato al suo profilo su X, ha annunciato le proprie dimissioni formali, adducendo come motivazione la volontà di “preservare le istituzioni e la pace sociale” e porgendo tardive scuse a una popolazione che si sente tradita.
Poco prima di cedere, nel disperato tentativo di arginare la marea montante della protesta e placare la folla, Peña aveva provato a rassicurare i cittadini definendo il sistema finanziario “solido” e promulgando una legge d’emergenza pensata per consentire ai risparmiatori di recuperare almeno una parte dei fondi di garanzia. Parole e decreti che si sono rivelati totalmente inefficaci di fronte alla furia della piazza.
La mossa del capo dello Stato è arrivata quando la sua posizione era ormai insostenibile. Lo stesso partito di governo aveva clamorosamente aderito alla mozione di opposizione per avviare il juicio político (la procedura di impeachment). Nel frattempo, la magistratura ha iniziato a decapitare i vertici del sistema. Sono stati emessi mandati d’arresto per otto alti dirigenti di Ueno, compreso il presidente Miguel Vazquez (che si è costituito alla polizia), mentre l’ex presidente della Banca Centrale, che in passato aveva guidato proprio Ueno, ha dovuto rassegnare le dimissioni.
Un futuro di incertezze e la promessa della piazza di non arretrare
Mentre le dimissioni del capo dello Stato congelano temporaneamente il procedimento di impeachment in corso alla Camera, i meccanismi costituzionali prevedono ora che il Parlamento accetti formalmente le dimissioni per poi passare la palla al Senato. Sarà quest’ultimo a proclamare l’insediamento alla presidenza dell’attuale vice, Pedro Alliana, e a designare un nuovo vicepresidente in un clima di estrema tensione.
Tuttavia, la politica dei palazzi fatica enormemente a tenere il passo con il tumulto e la disperazione della strada. La piazza ha chiarito in modo inequivocabile di non avere intenzione di sgomberare o di fare un solo passo indietro fino a quando non ci saranno garanzie concrete, tangibili e verificabili sui risparmi andati in fumo. In Paraguay si apre una fase di transizione estremamente complessa e carica di pericoli, dove la ferita profonda tra i cittadini e le istituzioni difficilmente potrà rimarginarsi. Ciò che resta, sotto il cielo teso di Asunción, è la dignità calpestata di un popolo che urla la propria rabbia per non essere dimenticato.
