Cinema e AI: flop cinese del primo film interamente generato dagli algoritmi

Sanxingdui: Future Past voleva essere la prova generale per la rivoluzione dell'intrattenimento, ma il botteghino lo ha bocciato con incassi irrisori e severe critiche visive.

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L’industria dell’intrattenimento si trova ufficialmente di fronte al suo primo vero caso di studio sull’impiego massivo dell’intelligenza artificiale nel cinema commerciale. È approdato nelle sale cinematografiche cinesi Sanxingdui: Future Past, presentato dal colosso produttivo Bona Film come un’opera rivoluzionaria destinata a tracciare la strada per i blockbuster del futuro. A differenza delle molteplici sperimentazioni viste finora sul web o nei cortometraggi, si tratta del primissimo lungometraggio interamente realizzato tramite algoritmi ad aver ottenuto una distribuzione tradizionale su larga scala.

Le ambizioni della produzione erano altissime, ma i riscontri del pubblico sono stati spietati. Nelle prime due settimane di programmazione a livello nazionale, l’opera ha incassato poco più di 200mila euro, a fronte di costi di realizzazione stimati dall’azienda stessa in circa 1,3 milioni di euro. Un passivo pesante che ridimensiona, almeno per il momento, l’entusiasmo trionfalistico di chi preannunciava un’immediata sostituzione dei set tradizionali con i modelli generativi.

Un futuro distopico nato dagli algoritmi

Dalla durata complessiva di 100 minuti, la trama di Sanxingdui: Future Past si sviluppa attorno a un’ambientazione distopica in cui l’umanità ha delegato ogni decisione politica e sociale ai sistemi di intelligenza artificiale. Per poter abbattere la tirannia digitale e riprendere il controllo sul proprio destino, i protagonisti devono risolvere un enigma nascosto all’interno delle celebri statue di bronzo di Sanxingdui, antichissimi reperti archeologici realmente esistenti in Cina.

L’elemento di rottura risiede nella totale assenza di elementi umani sul set. Le interpretazioni e i volti degli attori a schermo, le loro espressioni facciali e i movimenti corporei sono interamente il risultato di elaborazioni algoritmiche. Allo stesso modo, anche la componente sonora e il doppiaggio non hanno visto l’impiego di attori in carne ed ossa, poiché dialoghi e tonalità vocali sono stati sintetizzati artificialmente. Persino le scenografie, gli sfondi e la scrittura stessa della sceneggiatura, affidata al software predittivo Bowen, sviluppato da Bona Film, sono nati dall’elaborazione informatica.

L’illusione dell’automazione totale: il fattore umano dietro le quinte

Contrariamente all’idea diffusa secondo cui i contenuti creati dall’AI richiedano semplicemente il click di un tasto, la lavorazione del film ha richiesto due anni di sviluppo e l’impiego continuativo di un team di oltre 70 sviluppatori ed esperti informatici. Il compito dei tecnici non si è limitato all’inserimento dei prompt di testo, ma ha richiesto un costante lavoro di supervisione, rifinitura e correzione visiva per evitare le frequenti anomalie visive e narrative tipiche dei modelli generativi, oltre a un montaggio finale interamente curato da professionisti umani.

Bona Film ha difeso a spada tratta la produzione di fronte alle accuse di aver immesso sul mercato un prodotto sciatto, sottolineando come la pellicola sia stata sottoposta a un capillare lavoro di post-produzione fino a pochi giorni prima del debutto nelle sale. Il problema risiede però nel contesto percettivo: la fruizione di audiovisivi generati dall’AI sconta oggi una fortissima diffidenza da parte degli spettatori, abituati a identificare questo tipo di estetica con la cosiddetta “sbobba AI”, ovvero il flusso ininterrotto di video e grafiche di bassa qualità che affolla i social network. Un fenomeno recente confermato anche dal rigetto critico verso esperimenti analoghi, come il recente adattamento dell’Odissea realizzato con il modello Grok.

Dialoghi legnosi e l’effetto “Uncanny Valley”

Le recensioni delle poche testate internazionali che hanno potuto assistere alle proiezioni in lingua originale tracciano un quadro tutt’altro che lusinghiero. Come evidenziato da Amy Hawkins del Guardian, la debolezza del software di scrittura Bowen emerge chiaramente nella struttura dei dialoghi, che risultano costantemente rigidi, innaturali e privi di pathos drammatico.

Sul piano visivo, la pellicola sbatte inevitabilmente contro la barriera dell’uncanny valley, quella sensazione di inquietudine che scatta quando qualcosa di artificiale somiglia molto alla realtà senza però raggiungerla del tutto. Sebbene la resa dei volti asiatici mostri un dettaglio superiore rispetto a quelli di etnia caucasica, le espressioni tendono a perdere credibilità non appena i personaggi parlano. Inoltre, le scene in cui le figure corrono o compiono movimenti complessi soffrono dell’andatura fluida e visibilmente innaturale tipica dei videogiochi di vecchia generazione.

L’anomalia dei costi e il futuro del cinema sintetico

Un ulteriore elemento di perplessità sollevato dalla critica specializzata, tra cui la testata IndieWire, riguarda l’aspettativa economica tradita. Gran parte della narrazione che accompagna l’uso dell’intelligenza artificiale nel cinema si basa sul presupposto di poter produrre kolossal visivi con budget minimi. Spendere oltre 1,3 milioni di euro per un risultato visivo assimilabile a un piccolo film indipendente annulla gran parte del teorico vantaggio competitivo legato ai costi.

Tuttavia, gli esperti del settore ritengono che la Cina non fermerà le proprie sperimentazioni. Nel Paese asiatico esiste già un florido mercato legato ai cosiddetti “microdrammi”, ovvero miniserie verticali per smartphone fortemente basate sull’AI con un giro d’affari stimato in oltre 3 miliardi di euro. Sebbene l’esperimento di portare questo formato nelle sale cinematografiche a prezzo pieno si sia rivelato per ora un insuccesso, l’ecosistema di investitori cinesi continua a credere nelle potenzialità del settore. La vera sfida per l’industria non sarà soltanto tecnologica, ma consisterà nel capire se gli spettatori saranno mai disposti a pagare un biglietto per guardare sul grande schermo storie in cui l’emozione e la recitazione umana sono state completamente delegate ad un algoritmo.