C’è una vecchia regola della politica americana che Donald Trump, nella sua sconfinata presunzione, deve aver dimenticato, gli elettori possono perdonare molte cose a un presidente, persino le sue bugie, ma difficilmente gli perdonano di averli impoveriti. E meno ancora di essersi arricchito mentre loro diventavano più poveri.
Le elezioni di midterm hanno presentato il conto. E il conto, questa volta, è salato.
La disfatta repubblicana non nasce da un’improvvisa conversione dell’America al progressismo. Sarebbe una lettura consolatoria per i democratici e sciocca per chiunque voglia capire. Nasce piuttosto dal naufragio di una promessa, quella di un presidente che avrebbe restituito prosperità agli americani, tenuto il Paese lontano dalle guerre e prosciugato la palude di Washington. Invece, quella palude sembra essersi trasformata in un’impresa di famiglia.
Luca Ciarrocca, nel suo documentato Il clan Trump, descrive un sistema nel quale i confini tra interesse pubblico e profitto privato si fanno pericolosamente indistinti. Jared Kushner, Donald Trump junior, le criptovalute presidenziali, gli investimenti nei settori strategici, un intreccio di affari e potere che solleva interrogativi ai quali una democrazia seria dovrebbe pretendere risposte. Non è necessario trasformare ogni sospetto in una sentenza per comprendere la gravità del problema. Basta ricordare che la Casa Bianca non è una holding immobiliare.
Ma sarebbe ingenuo attribuire la sconfitta soltanto alla questione morale. Gli americani votano soprattutto con il portafoglio. E quando la benzina supera i quattro dollari al gallone, le bollette diventano insopportabili e fare la spesa somiglia a un piccolo salasso settimanale, la retorica della grandezza nazionale perde rapidamente il suo fascino.
A peggiorare il quadro è arrivata la guerra in Iran. Trump, che aveva promesso di sottrarre l’America alle avventure militari, l’ha trascinata in un nuovo conflitto, con conseguenze economiche pesanti. Il prezzo dell’energia è diventato così il termometro di un fallimento politico. E gli elettori hanno misurato la distanza tra le promesse e i risultati.
Poi c’è il capitolo dei nuovi padroni del vapore, i miliardari della tecnologia. Musk, Thiel e gli altri protagonisti dell’oligarchia digitale hanno scoperto che il denaro può comprare influenza, ma non necessariamente consenso. I giganteschi data center, simboli della rivoluzione artificiale, consumano acqua, energia e territorio. I loro profitti sono privati; una parte dei costi ricade sulle comunità. Anche qui, prima o poi, qualcuno presenta il conto.
Ora, nel campo repubblicano, comincia il regolamento dei conti. JD Vance prende le distanze dalla guerra, Marco Rubio osserva, gli aspiranti eredi misurano le proprie possibilità. È il destino dei movimenti costruiti attorno a un solo uomo, quando il capo vince, tutti gli attribuiscono il merito, quando perde, nessuno vuole condividere la responsabilità.
Trump, tuttavia, resta alla Casa Bianca. Conserva poteri enormi e una capacità di mobilitazione che sarebbe imprudente sottovalutare.
La vera domanda non è se il trumpismo sia finito. È se il suo fondatore saprà distinguere una sconfitta elettorale da un’offesa personale.
Perché in democrazia perdere le elezioni è normale. Considerarle un affronto da vendicare, invece, può diventare assai pericoloso.
