C’è un vecchio vizio della politica internazionale, quando un fatto disturba gli equilibri diplomatici, si preferisce discutere delle sue conseguenze piuttosto che dei suoi responsabili. Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, avvenuto nel settembre 2022, appartiene a questa categoria di verità politicamente indigeste.
Per anni si è cercato di capire chi avesse fatto saltare quelle gigantesche condutture adagiate sul fondo del Baltico. Ora la magistratura tedesca porta davanti ai giudici un ex ufficiale ucraino, Serhii K., accusato di aver coordinato l’operazione. L’imputato nega ogni responsabilità. Kiev respinge qualsiasi coinvolgimento. Ma le ipotesi investigative formulate dai procuratori tedeschi delineano uno scenario che, se confermato, sarebbe di straordinaria gravità.
Secondo l’accusa, un gruppo organizzato, composto anche da sommozzatori specializzati, avrebbe utilizzato uno yacht noleggiato in Germania per collocare esplosivi militari sulle condutture. Non un gesto improvvisato, dunque, ma un’operazione complessa, preparata con metodo e competenze specifiche.
La domanda politicamente più imbarazzante non riguarda soltanto chi abbia materialmente collocato le cariche. Riguarda soprattutto chi abbia impartito gli ordini.
I magistrati ipotizzano collegamenti con strutture statali ucraine non identificate. È una pista investigativa, non una responsabilità definitivamente accertata. E tuttavia pone una questione che Berlino non può eludere, sarebbe paradossale scoprire che uomini legati all’apparato militare di un Paese sostenuto dalla Germania abbiano contribuito a distruggere un’infrastruttura strategica per la stessa economia tedesca.
Qui emerge tutta la contraddizione europea.
La Germania, per decenni, aveva costruito parte della propria prosperità industriale sull’energia russa a prezzi competitivi. Nord Stream rappresentava il simbolo materiale di quel rapporto. La guerra aveva già compromesso le forniture, Mosca aveva ridotto e poi interrotto i flussi attraverso Nord Stream 1, mentre Berlino aveva bloccato l’autorizzazione di Nord Stream 2. Le esplosioni trasformarono quella rottura politica ed economica in una distruzione fisica.
Non furono dunque le bombe, da sole, a interrompere una dipendenza già profondamente compromessa. Ma eliminarono una parte essenziale delle infrastrutture che avrebbero potuto consentire, in futuro, un diverso assetto energetico.
Se l’ipotesi accusatoria trovasse conferma, il risultato sarebbe un inquietante cortocircuito diplomatico, un’operazione attribuita a soggetti ucraini avrebbe colpito interessi infrastrutturali europei mentre l’Europa finanziava e armava la resistenza ucraina contro l’invasione russa.
Questo non attenuerebbe di un millimetro la responsabilità di Mosca per l’aggressione all’Ucraina. Ma nemmeno quella responsabilità potrebbe giustificare automaticamente qualsiasi azione compiuta in nome della difesa ucraina.
Le alleanze, del resto, non sono assoluzioni preventive. E la solidarietà internazionale non dovrebbe comportare la rinuncia ad accertare i fatti.
Il processo tedesco dovrà distinguere prove, sospetti e responsabilità individuali. Dovrà soprattutto chiarire se esistesse una catena di comando e fino a quale livello arrivasse.
Perché, alla fine, il vero problema non è scegliere tra la versione di Mosca e quella di Kiev. È stabilire se un’infrastruttura europea sia stata distrutta da uomini riconducibili a un Paese alleato e chi, eventualmente, abbia autorizzato l’operazione.
La ragion di Stato può spiegare molti silenzi. Ma non dovrebbe mai sostituirsi alla verità giudiziaria.
