Una volta c’era il V-Day di Grillo. Oggi c’è la “XMas” di Vannacci.
Cambiano i protagonisti, ma il meccanismo resta lo stesso, mobilitare il consenso facendo leva sulla pancia dell’elettorato, sull’indignazione, sulla rabbia, sul desiderio di punire una classe dirigente percepita come distante.
Molti di coloro che ieri correvano a votare il Movimento 5 Stelle di Grillo oggi guardano con entusiasmo a Vannacci. Non perché abbiano maturato una nuova visione politica, ma perché continuano a cercare nell’uomo del momento una scorciatoia alle complessità della realtà. È il riflesso condizionato del voto emotivo, si segue il fenomeno mediatico, si applaude il linguaggio più provocatorio, si confonde la protesta con una proposta.
Eppure la storia recente dovrebbe aver insegnato qualcosa. Le forze politiche nate e cresciute principalmente sull’onda del malcontento raramente hanno saputo trasformare gli slogan in una solida capacità di governo. La rabbia può portare consenso, ma non costruisce programmi; l’indignazione può vincere elezioni, ma non risolve i problemi di un Paese.
La politica richiede ben altro, idee coerenti, competenza amministrativa, visione strategica e responsabilità. Richiede la capacità di affrontare questioni complesse con soluzioni credibili, non con parole d’ordine destinate a esaurirsi nel ciclo di una campagna elettorale.
A rendere ancora meno convincente il fenomeno Vannacci contribuisce la composizione del suo entourage politico. Attorno al generale si sono raccolti numerosi reduci e transfughi provenienti da altre esperienze partitiche, figure che il sistema politico ha già ampiamente conosciuto e valutato. Più che una novità, appare spesso come l’ennesima operazione di riciclo di una classe dirigente incapace di rinnovarsi davvero.
Per questo il problema non è soltanto Vannacci. Il problema è la persistente disponibilità di una parte dell’elettorato a lasciarsi trascinare dall’emozione del momento, inseguendo periodicamente nuovi salvatori della patria.
Un voto espresso di pancia può soddisfare un impulso immediato, ma raramente produce risultati duraturi. Le democrazie mature crescono quando i cittadini scelgono con la testa, valutando programmi, competenze e credibilità. Quando prevale l’istinto, invece, si finisce troppo spesso per ripetere gli stessi errori con nomi diversi.
