Una notizia improvvisa: Alberto Stasi lascia il carcere di Bollate. Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha infatti accolto l’istanza presentata dai legali dell’uomo, concedendogli l’affidamento in prova ai servizi sociali. La decisione, anticipata dal Tg La7 e confermata da fonti qualificate, ha incassato anche il parere favorevole della Procura generale. Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, conclude così la sua detenzione in cella dopo 10 anni e 6 mesi.
Secondo le prime indiscrezioni, Stasi non tornerà a vivere a Garlasco. Ha già lasciato l’istituto di Bollate portando con sé solo gli effetti personali e lasciando alcuni beni (tra cui un frigorifero e un ventilatore) agli altri detenuti. Si trasferirà in una casa in affitto in un comune dell’hinterland milanese.
L’affidamento in prova di Alberto Stasi
La concessione della misura alternativa non arriva dal nulla ma rappresenta, bensì, l’ultimo tassello di un percorso rieducativo ordinario. Stasi si trovava già in regime di semilibertà: da circa tre anni, infatti, usciva regolarmente di giorno per svolgere mansioni amministrative e contabili presso una società esterna, per poi fare rientro in struttura la sera.
La sostituta pg di Milano, Valeria Marino, ha espresso parere positivo proprio in virtù della costante buona condotta dimostrata e delle relazioni favorevoli dell’equipe del carcere. Con l’affidamento in prova, Stasi potrà proseguire l’attività lavorativa e scontare il residuo della pena interamente sul territorio, pur restando sottoposto a rigide prescrizioni e controlli.
E se dal punto di vista dell’esecuzione penale la vicenda si avvia al termine, per la criminologia e le scienze forensi il caso rimane un enorme, irrisolto punto di domanda.
I “buchi neri” della condanna
Da sempre, osservando la vicenda con lente scientifica e distaccata, in redazione abbiamo sostenuto una posizione netta: l’innocenza di Alberto Stasi. Una convinzione che non nasceva da un moto di simpatia ma dall’analisi spietata di indagini condotte, fin dalle prime ore successive alla morte di Chiara Poggi, in modo profondamente lacunoso e scientificamente deficitario.
Ricordiamo ai lettori che la sentenza di condanna di Stasi a 16 anni, arrivò dopo ben due assoluzioni nei primi gradi di giudizio e, oggi più che mai, suona come un compromesso giuridico per dare “un colpevole a tutti i costi” all’opinione pubblica, piuttosto che il risultato di una certezza al di là di ogni ragionevole dubbio.
Le infinite contaminazioni
In criminologia esiste una regola aurea: le prime 24 ore determinano l’esito di un’indagine. Nel caso di Garlasco, la villetta di via Pascoli è stata però teatro di quello che potremmo definire un vero e proprio “caos investigativo”. Nelle ore calde successive al ritrovamento del corpo di Chiara Poggi, troppe persone hanno avuto accesso alla casa senza i dovuti calzari e le tute protettive. Il viavai di investigatori, soccorritori e parenti ha irrimediabilmente compromesso la ricerca di tracce micro-biologiche e impronte latenti. E ancora, quando la scientifica ha cercato di repertare con precisione, il quadro era già alterato.
La prima regola da seguire è quella di isolare la scena del crimine, che significa proteggere la verità. Non averlo fatto ha spento sul nascere la possibilità di trovare il vero Dna dell’assassino.
Troppe false certezze dell’accusa
Uno dei pilastri dell’accusa contro Stasi riguardava le sue scarpe. Secondo i periti della Procura, era “impossibile” che Alberto fosse sceso nei gradini della cantina (dove giaceva Chiara ndr) e scoprire il corpo senza sporcarsi le suole di sangue.
Tuttavia, questo assunto si scontra con la fisica e la dinamica dei fluidi: al momento dell’ingresso di Alberto nella casa, erano passate diverse ore dal delitto. Il sangue sul pavimento e sui gradini non era più allo stato liquido ma ampiamente coagulato e secco, riducendo drasticamente la capacità di trasferimento della traccia sotto le suole.
Anche i tentativi di replicare la camminata in laboratorio vennero effettuati in condizioni non identiche a quelle della mattina del 13 agosto 2007. Dire che “era impossibile non sporcarsi” basandosi su presupposti errati era ed è una congettura, non una prova.
Da un punto di vista criminologico e psicologico, il movente attribuito a Stasi è sempre stato estremamente labile. Si è parlato di una discussione legata a presunti file multimediali trovati sul computer di Alberto ma nulla ha mai dimostrato un’escalation emotiva tale da giustificare un omicidio così brutale e d’impeto.
Il confirmation bias degli investigatori
Abbiamo sempre sostenuto che gli investigatori fossero caduti nel cosiddetto confirmation bias (bias di conferma). Chi ha svolto le indagini, infatti, aveva individuato quasi immediatamente nel presunto colpevole Alberto Stasi che aveva ritrovato il corpo di Chiara Poggi. Da quel momento in poi, gli inquirenti si sono concentrati solo nella ricerca di elementi che confermassero la sua colpevolezza scartando o ignorando eventuali piste alternative. Negli anni successivi, le indagini si sono concentrate esclusivamente nel tentativo costante di demolire l’alibi di Stasi malgrado le analisi approfondite avessero fatto emergere anomalie macroscopiche.
Le tracce ignorate
Le tracce di Dna a base maschile trovate sotto le unghie della vittima (segno evidente di un tentativo di difesa) non appartenevano ad Alberto Stasi. Erano compatibili con profili genetici di altri soggetti frequentanti la cerchia della ragazza ma queste piste non sono mai state approfondite con la dovuta caparbietà.
Anche altre impronte e profili genetici rimasti ignoti sono stati liquidati come “irrilevanti”, concentrandosi solo sulle biciclette della famiglia Stasi, senza mai trovare la corrispondenza decisiva con i pedali neri o i modelli visti dai testimoni fuori dalla casa.
La condanna di un uomo probabilmente innocente
Condannare un uomo basandosi su indagini preliminari fatte male significa commettere due torti: il primo verso l’imputato, privato della libertà su base indiziaria e non probatoria; il secondo, altrettanto grave, verso Chiara Poggi e la sua famiglia, a cui è stata consegnata una verità giudiziaria ma non una verità scientifica.
Il vero colpevole di Garlasco, con ogni probabilità, ha beneficiato proprio di quegli errori investigativi iniziali per rimanere, lui sì, un uomo libero fin dal primo giorno.
