La morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna, continua ad alimentare il dibattito pubblico mentre la magistratura prosegue gli accertamenti per chiarire l’esatta dinamica dei fatti e le eventuali responsabilità.
Nelle ultime ore il caso si è arricchito di nuovi elementi, tra cui la diffusione delle immagini registrate dalla bodycam di uno degli agenti intervenuti. Contestualmente si sono moltiplicate le prese di posizione di esperti, rappresentanti delle forze dell’ordine e protagonisti della politica nazionale.
Le immagini della bodycam al vaglio della Procura
Il Tg1 ha trasmesso in esclusiva le registrazioni della bodycam privata indossata da uno dei poliziotti intervenuti durante l’operazione.
Le immagini mostrano le diverse fasi dell’intervento: dall’attesa iniziale, durata circa quaranta minuti nel tentativo di riportare la situazione sotto controllo senza ricorrere alla forza, fino al momento in cui gli agenti decidono di intervenire fisicamente dopo che Fakir avrebbe manifestato un comportamento ritenuto pericoloso, avvicinandosi anche ad alcune persone nei pressi di un’automobile.
Nel video sono visibili l’immobilizzazione dell’uomo, l’arrivo dei soccorritori e le successive manovre di rianimazione.
La registrazione è stata acquisita dalla Procura. Trattandosi di una bodycam privata, anche la difesa degli agenti ha potuto prenderne visione e conservarne copia.
Secondo il legale dei poliziotti, Gabriele Bordoni, l’intervento sarebbe stato necessario per impedire che la situazione degenerasse ulteriormente.
Le contestazioni della famiglia
Di diverso avviso è la difesa della famiglia di Fakir.
L’avvocato Fabio Anselmo ha chiesto che il filmato venga acquisito integralmente agli atti, contestando in particolare il fatto che durante le prime fasi della rianimazione Fakir risultasse ancora immobilizzato con manette e sistemi di contenzione.
Si tratta di uno degli aspetti che sarà valutato nell’ambito delle indagini ancora in corso, dalle quali dovrà emergere se le procedure adottate siano state conformi ai protocolli previsti.
Trevisi: “Quando un agente sbaglia, fallisce anche lo Stato”
Tra gli interventi che hanno suscitato maggiore attenzione c’è quello di Gianpaolo Trevisi, direttore della Scuola Allievi Agenti di Peschiera del Garda.
L’istruttore ha sottolineato come molti operatori impegnati quotidianamente sul territorio siano molto giovani e abbiano un’esperienza limitata nella gestione di situazioni estremamente complesse.
Secondo Trevisi, la formazione iniziale rappresenta solo il punto di partenza e non è sufficiente ad affrontare eventi caratterizzati da forte stress operativo.
Il dirigente ha inoltre evidenziato un principio di responsabilità istituzionale:
“Quando uno di loro sbaglia, l’errore è anche dello Stato.”
Una riflessione che richiama l’attenzione sulla necessità di investire maggiormente nell’addestramento continuo e nella preparazione pratica degli operatori.
L’analisi dell’esperto: “Non è una sola manovra a provocare la morte”
Sul piano tecnico è intervenuto anche David Vagni, ricercatore del CNR con competenze in ricerca biomedica, psicologia e tecniche di immobilizzazione.
Secondo l’esperto non sarebbe corretto attribuire automaticamente il decesso a una singola manovra di contenimento.
La posizione prona, da sola, non determinerebbe necessariamente la morte di una persona. Il rischio aumenterebbe invece quando si sommano diversi fattori:
- forte agitazione psicofisica;
- possibile assunzione di sostanze o patologie pregresse;
- elevata produzione di adrenalina;
- sforzo fisico durante la colluttazione;
- utilizzo dello spray urticante;
- immobilizzazione protratta nel tempo.
Secondo Vagni, sarà l’autopsia a stabilire quale sia stata la reale causa del decesso.
I “minuti di nessuno”
L’esperto introduce anche il concetto dei cosiddetti “minuti di nessuno”, ovvero quella fase critica nella quale la situazione non è più esclusivamente di competenza delle forze dell’ordine ma non è ancora completamente gestibile dai sanitari.
Gli agenti devono infatti garantire innanzitutto la sicurezza della scena, mentre i soccorritori possono intervenire solo quando il soggetto non rappresenta più un pericolo.
Secondo Vagni, proprio questo intervallo temporale può diventare decisivo.
Un altro elemento evidenziato riguarda il riconoscimento dell’arresto cardiaco: un poliziotto non possiede necessariamente competenze mediche tali da distinguere una persona apparentemente tranquilla da una che sta entrando in collasso.
Procedure da aggiornare?
L’analisi si concentra anche sulle linee guida operative.
Secondo Vagni, in Italia esistono indicazioni generali che invitano a mantenere la posizione prona per il minor tempo possibile, ma manca un limite temporale preciso.
In altri Paesi, come il Regno Unito, vengono invece previste indicazioni operative più dettagliate, con l’obiettivo di ridurre al minimo il tempo di immobilizzazione e favorire un rapido riposizionamento della persona.
L’esperto evidenzia inoltre come il coordinamento tra polizia e personale sanitario rappresenti uno degli aspetti più delicati nella gestione di soggetti in forte stato di agitazione.
Le polemiche politiche
La vicenda ha assunto rapidamente anche una forte dimensione politica.
Pier Luigi Bersani, intervenendo sul caso, ha definito Fakir “l’uomo ucciso”, una formulazione che ha provocato numerose critiche poiché le indagini giudiziarie sono ancora in corso e non è stata accertata alcuna responsabilità penale.
Nel corso della stessa intervista l’ex segretario del Partito Democratico ha difeso l’operato del sindaco di Bologna Matteo Lepore e ha respinto le critiche riguardanti la solidarietà alle forze dell’ordine, liquidando una domanda sul tema con una risposta particolarmente dura.
Anche Romano Prodi è stato coinvolto nelle polemiche dopo aver distinto la manifestazione organizzata a Bologna dagli episodi di guerriglia urbana verificatisi successivamente, sostenendo che si trattasse di due eventi separati.
Le dichiarazioni dei due ex presidenti del Consiglio hanno alimentato un acceso confronto tra maggioranza e opposizione.
Il malessere delle forze dell’ordine
Dal fronte sindacale emergono invece forti preoccupazioni per le condizioni operative degli agenti.
Il tenente colonnello Pasquale Griesi, segretario provinciale milanese della Federazione Sindacale di Polizia, ha espresso un duro sfogo televisivo, durante la trasmissione “4 di sera”, sostenendo provocatoriamente che, più che assumere nuovi poliziotti, servirebbero psicologi destinati alle pattuglie.
Secondo Griesi esisterebbe un atteggiamento di sfiducia preventiva nei confronti delle forze dell’ordine, che finirebbero sotto accusa a ogni intervento particolarmente delicato. “Purtroppo noi siamo Stato se muore qualcuno nelle nostre mani. Quando muoiono poliziotti in servizio e dove non siamo tutelati e diventiamo vittime, invece, non siamo più Stato. Non siamo niente.”
Il rappresentante sindacale denuncia inoltre un sistema giudiziario percepito come poco efficace sul piano della certezza della pena, sostenendo che molti soggetti fermati o arrestati tornerebbero rapidamente in libertà, con un inevitabile riflesso sul senso di sicurezza degli operatori. Griesi evidenzia che in questo paese noi abbiamo solo alternative alla pena per reati dai minori ai più gravi. Il carcere e l’ultima ed estrema soluzione. Facendo così passare il messaggio che, tanto tutti possono continuare a fare quello che vogliono senza timore della divisa, delle regole e delle leggi.
Un caso destinato a far discutere
Mentre la Procura prosegue gli accertamenti tecnici e acquisisce tutta la documentazione disponibile, il caso Fakir continua ad aprire interrogativi che vanno oltre la singola vicenda giudiziaria.
Dal livello di formazione degli agenti alle tecniche di immobilizzazione, passando per il coordinamento con il personale sanitario e l’equilibrio tra tutela della sicurezza pubblica e diritti individuali, il dibattito coinvolge aspetti destinati a incidere sull’organizzazione stessa delle forze dell’ordine.
Solo gli esiti delle indagini e delle consulenze medico-legali potranno chiarire con precisione le cause del decesso e l’eventuale correttezza delle procedure adottate durante l’intervento.
