Il razzismo del nostro tempo non si presenta più con i simboli brutali del passato. Non ha sempre il volto esplicito dell’odio dichiarato, delle leggi segregazioniste o della violenza organizzata. Oggi si muove spesso in modo più sottile, attraverso il linguaggio politico, la paura sociale, la costruzione del nemico. È un razzismo che si mimetizza nel lessico della sicurezza, dell’identità nazionale, della difesa dei confini.
Le crisi economiche, le disuguaglianze sociali e le tensioni politiche hanno creato terreno fertile per il ritorno di vecchie pulsioni nazionaliste. In Europa occidentale, soprattutto nelle aree interessate dalle migrazioni provenienti dall’est e dal sud del mondo, il fenomeno si è trasformato in consenso elettorale. La Brexit, l’ascesa dei movimenti populisti europei, l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti non sono episodi isolati, ma segnali di una stessa reazione globale, trasformare l’immigrazione e le minoranze in un bersaglio politico permanente.
Il punto più preoccupante è che il nuovo razzismo raramente si dichiara tale. Piuttosto nega il problema, lo ridimensiona, lo riduce a semplice sensibilità individuale. Si sostiene che il razzismo sia ormai marginale, quasi un eccesso linguistico, mentre si ignorano le sue dimensioni strutturali, discriminazioni nel lavoro, nell’accesso ai diritti, nella rappresentazione pubblica, nei rapporti con le istituzioni.
Così si delegittima anche il dibattito antirazzista. Chi denuncia discriminazioni viene spesso accusato di esasperare il conflitto sociale o di minacciare l’identità nazionale. È un meccanismo pericoloso, perché paralizza qualsiasi possibilità di cambiamento reale e normalizza linguaggi che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati inaccettabili.
Non è un caso che in diversi Paesi del Nord Europa siano emerse formazioni politiche che parlano apertamente di “remigrazione”, termine utilizzato per indicare il rimpatrio di immigrati e cittadini stranieri. Dietro una formula apparentemente tecnica si nasconde una visione profondamente identitaria ed escludente, che attribuisce a intere categorie di persone la responsabilità delle crisi economiche e sociali dell’Occidente.
Eppure la realtà è molto più semplice di quanto certa propaganda voglia far credere. La scienza ha negato da tempo qualsiasi teoria sulla superiorità o inferiorità delle razze. Esiste una sola umanità, diversa nelle culture ma uguale nella dignità. È lo stesso principio che la Costituzione italiana afferma con chiarezza nell’Articolo 3:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Parole che rappresentano il cuore morale della Repubblica, nate dalle macerie del fascismo e della guerra. Ma tra i principi costituzionali e la realtà quotidiana esiste ancora una distanza enorme.
L’Italia continua a non disporre di un sistema realmente efficace per prevenire, registrare e perseguire i crimini d’odio razzisti. I dati disponibili sono frammentari, basati soprattutto su segnalazioni volontarie, mentre molte vittime scelgono di non denunciare per sfiducia verso le istituzioni. E ciò che non viene misurato non diventa mai una priorità politica.
Il problema, allora, non è soltanto la mancanza di strumenti legislativi adeguati, ma l’assenza di una volontà politica forte e coerente. Le leggi esistono, ma troppo spesso restano sulla carta. Mancano continuità, credibilità e coraggio nell’applicarle.
Il rischio più grande è proprio questo, abituarsi al razzismo, considerarlo un elemento inevitabile del dibattito pubblico. Quando una società smette di indignarsi, il confine tra democrazia e discriminazione diventa sempre più fragile. E allora il problema non riguarda più soltanto le minoranze, ma la qualità stessa della nostra civiltà democratica.
