Ranucci è parte lesa, il resto sono ipotesi

Tra esposti, polemiche e insinuazioni, resta un principio fondamentale: saranno i magistrati ad accertare i fatti

Sigfrido Ranucci

Negli ultimi giorni, attorno alla vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, si è sviluppato un dibattito che rischia di allontanarsi dai fatti per inseguire suggestioni e ricostruzioni prive di riscontri.

Ad oggi c’è un dato che dovrebbe rappresentare il punto di partenza di qualsiasi ragionamento serio, nelle indagini in corso Sigfrido Ranucci è la parte lesa. Lo hanno ribadito lo stesso giornalista, il direttore degli Approfondimenti Rai Paolo Corsini, il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e numerose altre personalità pubbliche. Soprattutto, è la posizione che emerge dagli atti dell’inchiesta finora conosciuti. Sarà naturalmente la magistratura a fare piena luce sulla vicenda, ma fino a quel momento il rispetto dei fatti e del principio di presunzione di innocenza dovrebbe valere per tutti.

Eppure una parte della stampa e del dibattito politico continua a insinuare dubbi, alimentando l’ipotesi di un improbabile complotto orchestrato da Ranucci e Lavitola per accrescere la notorietà del conduttore di Report. Una teoria che, francamente, appare poco credibile.

Sigfrido Ranucci non è un giornalista sconosciuto in cerca di visibilità. Da anni è uno dei volti più noti del giornalismo investigativo italiano, conduce una delle trasmissioni d’inchiesta più seguite del servizio pubblico e le sue inchieste occupano regolarmente il dibattito politico nazionale. Pensare che una persona con questa notorietà possa aver bisogno di una bomba davanti alla propria abitazione per diventare più famosa significa sostenere una tesi che, allo stato dei fatti, non trova alcun fondamento.

Naturalmente, se dovessero emergere elementi nuovi, sarà giusto prenderne atto. Ma oggi quei presupposti semplicemente non esistono.

C’è poi un altro aspetto che merita una riflessione. Nel corso degli anni Report ha realizzato numerose inchieste che hanno coinvolto esponenti politici, amministratori pubblici, grandi aziende e centri di potere. È inevitabile che un giornalismo d’inchiesta così incisivo abbia accumulato anche molti avversari. Per questo non sorprende che alcuni abbiano colto questa vicenda come un’occasione per mettere in discussione non solo Ranucci, ma anche la credibilità della trasmissione.

La critica al lavoro giornalistico è sempre legittima, anzi necessaria. Diverso è trasformare un’indagine ancora aperta in un processo mediatico costruito su insinuazioni e ipotesi che, almeno finora, non trovano conferma nei fatti.

Lo stesso Ranucci ha escluso con fermezza qualsiasi interferenza di Lavitola nelle inchieste di Report, affermando che nessun servizio della trasmissione è mai stato condizionato da lui. Una posizione che, fino a prova contraria, merita lo stesso rispetto riservato a qualsiasi altra dichiarazione resa nell’ambito di una vicenda ancora tutta da chiarire.

La magistratura farà il suo lavoro e sarà quella la sede nella quale emergeranno eventuali responsabilità, qualunque esse siano. Nel frattempo sarebbe auspicabile evitare di trasformare il sospetto in una condanna preventiva.

Personalmente continuo a ritenere che la professionalità di Sigfrido Ranucci non venga minimamente scalfita da questa vicenda. Se qualcuno immagina di delegittimare anni di giornalismo investigativo attraverso insinuazioni e campagne mediatiche, credo stia commettendo un errore di prospettiva. La credibilità di un giornalista si misura sul rigore del suo lavoro e sulla solidità delle sue inchieste, non sulle congetture che altri decidono di costruire attorno alla sua persona.