Le manie espansionistiche della famiglia Trump mettono a rischio Edi Rama

Il resort di Jared Kushner su un'area protetta finisce al centro di un'inchiesta anticorruzione e di proteste di massa che scuotono il governo albanese

Migliaia di albanesi in piazza contro il resort di lusso legato a Jared Kushner

L’Albania rischia di pagare un prezzo politico molto alto per un progetto immobiliare che porta il nome di Jared Kushner, genero di Donald Trump. Quella che inizialmente era stata presentata come una grande opportunità di investimento internazionale si sta trasformando in un caso politico e giudiziario capace di mettere in difficoltà anche il premier Edi Rama.

Al centro della vicenda c’è la realizzazione di un resort di lusso su un tratto di costa protetta, uno degli angoli naturalistici più preziosi del Paese. Per rendere possibile l’operazione, il governo albanese è stato accusato di aver modificato norme urbanistiche e procedure amministrative, alimentando il sospetto che le istituzioni abbiano piegato le regole alle esigenze di un investitore particolarmente influente.

A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta l’inchiesta della procura speciale anticorruzione albanese (SPAK), che sta verificando la legittimità dei titoli di proprietà dei terreni destinati al progetto. Secondo quanto emerso dai documenti esaminati da Reuters, il venditore dell’area, l’imprenditore albanese Artur Shehu, residente negli Stati Uniti, è sospettato di aver utilizzato documentazione falsa nell’ambito di un’inchiesta che comprende anche presunti traffici di droga e riciclaggio di denaro. Reuters precisa di non aver trovato elementi che dimostrino che Kushner o i promotori del resort fossero a conoscenza di tali sospetti al momento dell’acquisto del terreno.

Sul piano politico, tuttavia, il danno è già evidente. Migliaia di cittadini sono scesi in piazza nelle ultime settimane per contestare il progetto e chiedere le dimissioni di Edi Rama. Quella che era nata come una protesta ambientalista si è progressivamente trasformata in una mobilitazione contro la corruzione e contro un modello di sviluppo percepito da molti albanesi come costruito nell’interesse di pochi grandi investitori.

Le immagini delle manifestazioni, della repressione con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua e degli arresti hanno riportato l’attenzione internazionale sullo stato della democrazia albanese proprio mentre Tirana continua a dichiarare di voler accelerare il proprio percorso di adesione all’Unione Europea.

Ed è qui che emerge la questione più delicata. L’Albania aspira da anni a entrare nell’Unione Europea, ma uno dei requisiti fondamentali richiesti da Bruxelles riguarda proprio il rafforzamento dello Stato di diritto, la tutela dell’ambiente, la lotta alla corruzione e la trasparenza delle istituzioni. Ogni vicenda che alimenta dubbi sull’indipendenza delle decisioni pubbliche rischia inevitabilmente di rallentare quel percorso.

La sensazione è che le ambizioni immobiliari della famiglia Trump stiano producendo effetti che vanno ben oltre il semplice investimento economico. Quando un progetto privato finisce per dividere un intero Paese, provocare proteste di massa, aprire inchieste giudiziarie e mettere sotto pressione un governo, il confine tra affari e politica diventa inevitabilmente sempre più sottile.

Per Edi Rama il rischio è evidente, aver legato una parte della propria credibilità internazionale a un’operazione che, anziché rappresentare una vetrina per l’Albania, potrebbe trasformarsi in uno dei casi più controversi della sua lunga esperienza di governo. E se questa vicenda dovesse continuare ad alimentare tensioni sociali, polemiche giudiziarie e dubbi sulla trasparenza delle istituzioni, a uscirne indebolita non sarebbe soltanto la leadership del premier, ma anche l’immagine europea che l’Albania cerca di costruire da anni.