L’ALLEATO PIÙ SOLERTE

Gli altri mandano funzionari. L'Italia manda un sottosegretario. In diplomazia, a volte, lo zelo finisce per fare più rumore della sostanza

La Casa Bianca

La politica estera è una materia semplice. Molto più semplice di quanto spesso si racconti. Gli Stati non hanno amici, hanno interessi. E quando un governo sembra preoccuparsi più di risultare gradito a un alleato che di apparire autorevole davanti ai propri cittadini, qualcosa si incrina.

La decisione di inviare il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni al vertice organizzato a Washington contro la presunta “rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra” nasce dentro questo equivoco.

Nessuno discute la necessità di cooperare con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo. L’Italia ha pagato un prezzo altissimo agli anni del piombo e non ha bisogno di lezioni in materia.

Qui, però, il punto è un altro.

Molti governi europei hanno scelto di partecipare con funzionari di basso profilo istituzionale. Altri hanno manifestato apertamente le proprie riserve. Non perché ignorino il problema dell’estremismo, ma perché temono che una categoria tanto delicata come quella del terrorismo possa diventare terreno di scontro politico.

Roma, invece, ha imboccato una strada diversa.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Antonio Tajani avrebbe preferito inviare un diplomatico. Una scelta prudente, quasi inevitabile. Poi Palazzo Chigi avrebbe cambiato impostazione. Washington si aspettava un rappresentante politico. E rappresentante politico è stato.

Può darsi che sia soltanto diplomazia.

Può anche darsi, però, che il messaggio sia un altro, rassicurare Donald Trump dopo mesi non proprio idilliaci nei rapporti personali con Giorgia Meloni.

È questa lettura che ha acceso le polemiche.

Del resto non sarebbe la prima volta che il governo italiano sente il bisogno di rendere visibile la propria sintonia con il presidente americano. È difficile dimenticare la fotografia di Antonio Tajani con il cappellino MAGA in mano durante il Board of Peace. L’immagine fece più rumore dell’incontro stesso. In diplomazia capita spesso, una fotografia cancella cento comunicati ufficiali.

La politica estera, invece, dovrebbe vivere del contrario. Meno fotografie e più sostanza.

L’Italia non ha bisogno di dimostrare fedeltà agli Stati Uniti. Nessuno mette in discussione l’alleanza atlantica. Ma un alleato affidabile non è quello che si affretta ad alzare la mano ogni volta che Washington chiama. È quello che partecipa quando condivide e che mantiene il proprio equilibrio quando gli altri preferiscono la prudenza.

La credibilità internazionale non nasce dalla ricerca dell’applauso del potente di turno. Nasce dalla capacità di restare se stessi anche davanti al potente di turno.

Per questo il dibattito di questi giorni non riguarda soltanto Nicola Molteni o un vertice internazionale.

Riguarda l’immagine che l’Italia vuole dare di sé.

Quella di un Paese che decide perché lo ritiene giusto.

O quella di un Paese che, ogni tanto, sembra preoccuparsi soprattutto di non dispiacere a chi occupa lo Studio Ovale.