Il 2 novembre, giorno dei morti, quindicimila persone hanno riempito l’Unipol Dome di Milano per la prima tappa italiana del nuovo tour di Bob Dylan. Chi si aspettava le luci della ribalta e un contatto caloroso si è trovato davanti a uno scenario ben diverso. Un palco minuscolo rispetto alle dimensioni dell’arena, un volume insolitamente basso, al punto da spingere qualcuno a urlare “Volume!” dalle gradinate. Un artista di ottantacinque anni seduto al pianoforte, con un cappuccio scuro calato sulla testa.
Nessun maxischermo ad avvicinarlo, zero chiacchiere, diciotto canzoni eseguite in un’ora e mezza filata, un rapido cenno di saluto in piedi alla fine e via, senza concedere alcun bis. Un copione che si ripete identico e che trasforma l’uscita dal palazzetto in un rito collettivo di smarrimento: la domanda che circola tra la folla è sempre la stessa, ovvero dove sia finito il Dylan che tutti si aspettavano di trovare.
L’Italia e le recensioni come “genere letterario”
Lo scontento nei confronti di Bob Dylan ha radici lontane e, nel nostro Paese, ha assunto le forme di un vero e proprio genere giornalistico. Dalle cronache del 1984 all’Arena di Verona in poi, la storia si ripete puntuale a ogni tour (da Roma a Bologna). Gli archivi sono pieni di testimonianze illustri e stroncature: nel 2012 Carlo Verdone ammetteva di aver passato la prima parte del live a cercare di indovinare i pezzi con gli amici; nel 2015 Libero titolava brutalmente “concerto deludente”; nel 2023 a Lucca le polemiche riguardavano l’assenza quasi totale degli anni Sessanta e Settanta.
In quasi tutte le recensioni torna la stessa frase accusatoria: “fa quello che vuole”. Un’affermazione che, letta senza pregiudizi, descrive semplicemente la coerenza radicale di chi sale su un palco per fare musica e non per compiacere l’ascoltatore.
La cambiale del biglietto vs la poetica dell’imprevedibilità
Il cortocircuito tra Dylan e la platea italiana nasce dal modo in cui viene vissuto il biglietto di un concerto: non un’esperienza artistica aperta all’ignoto, ma una cambiale da riscuotere in minuti, successi e gesti d’affetto. A fissare questo standard ci hanno pensato giganti come Bruce Springsteen, capace di reggere tre ore di live a San Siro tra sudore e battute, o Paul McCartney, ligio nel consegnare per intero il catalogo dei Beatles.
Misurato con questo metro, Dylan risulta strutturalmente “insolvente”. Non suona più la chitarra (abbandonata a inizio anni Duemila per il pianoforte) e non si affida alla macchina del karaoke collettivo. Scalette alla mano, le scelte odierne spiazzano: brani come Blowin’ in the Wind o Like a Rolling Stone non si sentono dal 2019, Knockin’ on Heaven’s Door manca dal 2003 e Hurricane addirittura dal 1976. Al loro posto, Dylan pesca nel repertorio recente di Rough and Rowdy Ways, riscopre gemme del periodo novantacentinovecentesco e omaggia Jerry Lee Lewis, alternando brani intrisi di atmosfere funeree e blues polverosi, una scelta stilistica quasi beffarda, suonata proprio nella ricorrenza dei defunti.
Il coro negato e l’attacco alla liturgia
Per i fan abituati al sing-along, l’impossibilità di cantare i ritornelli è un vero e proprio afflitto. Brani leggendari come It Ain’t Me Babe, Tangled Up in Blue o I Shall Be Released vengono decostruiti negli arrangiamenti, rallentati o privati della metrica originaria, diventando riconoscibili solo dopo le prime parole o all’altezza del ritornello.
Togliere il coro al pubblico significa sottrargli la sua parte in quella che è percepita come una liturgia laica. E così la delusione si scontra con il mito intoccabile che gli spettatori si portano dietro: il santino del “menestrello” benedicente, avallato nei decenni da traduzioni d’autore (come quelle di De Gregori) e persino dalla storica esibizione davanti a Papa Giovanni Paolo II al Congresso eucaristico di Bologna del 1997. Ma quel personaggio da poster, semplicemente, non è mai esistito sul palco.
Tra cappucci, telefoni sigillati e il rifiuto del museo
A rendere l’esperienza ancora più ostica contribuiscono i dettagli del tour contemporaneo. Dall’anno scorso, il vecchio cappello a tesa larga ha lasciato il posto a un cappuccio calato sul volto, indossato bizzarramente persino in Vaticano a colloquio con papa Leone XIV.

A ciò si aggiunge l’obbligo di chiudere i telefoni nelle custodie sigillate all’ingresso. Un sistema che impedisce le riprese video, rendendo lo show impossibile da pubblicare sui social o da “possedere” digitalmente. Un ulteriore smacco per chi cerca la prova di esserci stato.
Eppure, dietro questa intransigenza si cela il segreto della longevità di Dylan: trattare le proprie canzoni come materia viva, rifiutando l’approccio da jukebox o da museo impolverato. Come disse Paul McCartney, pur esprimendo il rammarico di non sentire i vecchi pezzi: “Capisco che non voglia fare Mr. Tambourine Man, magari ne ha abbastanza”. Se Dylan cedesse alla tentazione di accontentare tutti replicando i dischi del passato, spegnerebbe all’istante l’unica vera ragione per cui ha ancora senso correre ad ascoltarlo.
