Effetto paradossale del Mose: Venezia invasa dai ratti

Impedendo l'allagamento della città, le paratoie mobili hanno eliminato l'unico freno naturale alla proliferazione dei roditori. Ma i rischi per la laguna vanno oltre.

Mose ratti Venezia

Esiste un effetto collaterale del tutto inatteso dietro la barriera tecnologica che protegge Venezia. Il Mose, il sistema di dighe mobili ideato per difendere la città dai picchi di marea, sta compiendo con successo il proprio dovere, ma la costante assenza di allagamenti sta alterando delicati equilibri urbani e ambientali. Il primo e più evidente segnale di questo cambiamento è la crescita esponenziale della popolazione di ratti tra le calli e i canali.

Per decenni, l’acqua alta ha rappresentato un tragico ma fondamentale meccanismo di selezione e contenimento biologico. Inondando periodicamente le zone basse della struttura cittadina, le maree sanificavano in modo naturale gli ambienti sotterranei, distruggendo le nidiate e sbaragliando i rifugi dei roditori. Oggi, con una città costantemente all’asciutto, questo freno naturale è venuto meno.

Il freno naturale disattivato dalle barriere mobili

Il meccanismo ingegneristico alla base del Mose si fonda su 78 paratoie metalliche distribuite lungo i tre valichi lagunari di Lido, Malamocco e Chioggia. Quando le maree superano la soglia di allarme dei 110 centimetri, i cassoni si sollevano dai fondali per sbarrare l’ingresso al mare, garantendo protezione fino a picchi eccezionali di tre metri.

Tra il 28 gennaio e il 20 febbraio scorsi, a causa di condizioni meteo avverse e maree costantemente sopra la media, la struttura è stata azionata ben 30 volte. Se da un lato questo frequente sollevamento ha salvato pavimentazioni e palazzi storici, dall’altro ha lasciato completamente intatti i sotterranei, i canali di scolo, le fognature e i fossati urbani.

Senza l’effetto sommergente dell’acqua salata, le cucciolate non vengono più spazzate via. I roditori possono così nidificare, riprodursi ed espandersi in totale tranquillità, portando a criticità strutturali e potenziali rischi igienico-sanitari.

Esperti e specie: la veloce colonizzazione del centro storico

A confermare la portata del fenomeno sono le aziende specializzate nel settore. Filippo Roncali, referente tecnico di Veneziana Disinfestazione, ha segnalato un incremento netto e documentato delle presenze nell’area insulare. L’allarme riguarda principalmente due specie di roditori che popolano la città lagunare.

Da un lato c’è il ratto nero, scientificamente noto come Rattus rattus, un abile arrampicatore dotato di una coda lunga che sfrutta come punto d’appoggio, il quale predilige gli ambienti alti e asciutti ed è tra le specie invasive più contagiose e dannose. Dall’altro troviamo la pantegana, o Rattus norvegicus, che colonizza le aree a contatto con il suolo, i condotti fognari e le zone di accumulo scarti. Quest’ultima specie possiede una capacità riproduttiva straordinaria, dato che una sola femmina può portare a termine fino a sette gravidanze all’anno, partorendo ogni volta tra i 3 e i 15 piccoli, che diventano del tutto autonomi nel giro di un solo mese.

A potenziare questo boom demografico si aggiunge la costante pressione turistica. Il flusso continuo di visitatori porta con sé un’elevata produzione quotidiana di scarti alimentari che, disseminati tra le vie cittadine, mettono a disposizione dei ratti una fonte di cibo pressoché inesauribile.

Oltre i roditori: le insidie per la salute della laguna

La proliferazione dei ratti non è però l’unica criticità emersa dall’uso prolungato delle paratoie. Uno studio scientifico condotto dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste e pubblicato sulla rivista Scientific Reports accende i riflettori sui rischi a lungo termine per il bacino lagunare.

Il costante isolamento dal mare, reso sempre più frequente dal progressivo innalzamento delle acque dovuto ai cambiamenti climatici, rischia di compromettere il naturale ricambio idrico. L’alternanza delle maree è infatti indispensabile per apportare ossigeno ed evitare il degrado dell’ecosistema.

Attraverso modelli idrodinamici ad alta risoluzione applicati alle proiezioni climatiche di metà e fine secolo, la ricerca dimostra che nello scenario emissivo più grave le chiusure del Mose potrebbero raggiungere i 248 giorni all’anno. In questa condizione, oltre un terzo della laguna impiegherebbe più di 20 giorni per rinnovare le proprie acque. Azione che provocherebbe una preoccupante stagnazione e un surriscaldamento con temperature estive dell’acqua superiori ai 30 gradi per oltre tre mesi all’anno, accompagnate da frequenti ondate di calore marine. A ciò si aggiungerebbe il rischio di ipossia e inquinamento, dove la mancata ossigenazione potrebbe favorire la proliferazione anomala di alghe e l’accumulo di sostanze inquinanti provenienti dalla terraferma.

Trovare un equilibrio tra difesa e tutela ambientale

Lo studio sottolinea come le opere di ingegneria destinate a proteggere i territori vulnerabili dal riscaldamento globale rischino di generare impatti ambientali inaspettati. Il Mose si conferma uno strumento imprescindibile per salvare Venezia dalle inondazioni, ma da solo non può garantire la salute della laguna nel lungo periodo.

Per evitare che la protezione dalle maree si trasformi in una trappola ecologica e igienica, gli esperti evidenziano la necessità di affiancare alle barriere fisiche interventi locali integrati, dal controllo dei rifiuti alla gestione idrica, uniti a politiche globali di riduzione dei gas serra.