Valter Lavitola rimane nel carcere di Rebibbia. Il GIP del Tribunale di Roma ha infatti respinto la richiesta di sostituzione della misura cautelare con gli arresti domiciliari avanzata dal suo legale, l’avvocato Sergio Cola. Per il giudice per le indagini preliminari restano pienamente sussistenti sia il pericolo di fuga sia il rischio di inquinamento probatorio.
Nelle motivazioni dell’ordinanza, il GIP ha bollato le ricostruzioni fornite dall’ex editore come “fumose”, “inverosimili”, “assolutamente generiche” e prive di qualsiasi riscontro concreto.
Le confessioni agli inquirenti: la bomba “a fin di bene”
Nel corso del lungo interrogatorio di garanzia davanti ai magistrati della Procura di Roma, Lavitola ha ammesso di essere stato il mandante dell’azione intimidatoria ai danni di Sigfrido Ranucci, compiuta nell’ottobre 2025 all’esterno della villetta del giornalista a Pomezia. Le sue dichiarazioni hanno tracciato un quadro bizzarro. Lavitola avrebbe sostenuto di aver agito “a fin di bene”, nel tentativo di allarmare le autorità per far innalzare il livello di scorta e protezione intorno al conduttore di Report, che a suo dire era esposto a reali pericoli.
L’indagato avrebbe inoltre spiegato di aver inizialmente commissionato l’esplosione di 4 o 5 colpi di pistola contro il muro della villetta. Pur essendo stato poi piazzato un ordigno rudimentale, ne ha comunque condiviso l’effetto “dimostrativo”. L’amico di Ranucci avrebbe anche negato un movente eversivo o un accordo con la vittima, ammettendo tuttavia che l’episodio avrebbe potuto far aumentare la popolarità del giornalista, profilando persino fantomatiche proiezioni di carriera politica verso Palazzo Chigi.
La posizione di Ranucci e i rischi per il giornalista
Attraverso il suo legale, l’avvocato Roberto De Vita, Sigfrido Ranucci ha ribadito la propria estraneità e la condizione di “tre volte vittima”: dell’attentato, del tradimento da parte di chi riteneva un amico e della violenta campagna di gogna mediatica e politica riscontrata nelle ultime settimane. Ranucci ha inoltre precisato che nessuna inchiesta della redazione di Report è mai stata condizionata o pilotata da Lavitola. Nonostante la posizione da parte offesa nella vicenda giudiziaria, il giornalista si trova ora ad affrontare significativi rischi sul piano professionale e procedurale.
I vertici dell’azienda televisiva di Stato stanno valutando decisioni editoriali drastiche. Tra le opzioni al vaglio figura la sospensione del conduttore o la rimodulazione del format (affidando la trasmissione a una doppia conduzione o mandandola in onda priva di conduzione in studio). E, a seguito delle analisi di cellulari e computer sequestrati a Lavitola, la Procura di Roma potrebbe convocare nuovamente Ranucci per ascoltarlo come persona informata sui fatti.
Il controverso paragone con Falcone e Borsellino: le reazioni della maggioranza
A complicare ulteriormente la posizione del conduttore di Report è stato un suo recente intervento social dal titolo “La voce che spaventa”. Nel difendersi dalle pressioni politiche che ne chiedono l’allontanamento dalla televisione pubblica, Ranucci ha scritto che “l’Italia uccide i suoi uomini migliori per eccesso di chiarezza”, citando figure iconiche della storia repubblicana e della lotta alla mafia quali Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Un’uscita inopportuna e priva di misura
Un simile accostamento appare del tutto fuori luogo, sproporzionato ed egocentrico. Paragonare la complessa ed equivoca vicenda di dinamiche personali e mediatiche che coinvolge Ranucci al supremo sacrificio di eroi nazionali che hanno dato la vita per difendere le istituzioni democratiche dalla criminalità organizzata e dal terrorismo rappresenta un’evidente forzatura. Questo vittimismo soffoca la necessaria umiltà istituzionale e svilisce la memoria di martiri dello Stato il cui sangue non può essere sbandierato per blindare una conduzione televisiva o respingere polemiche di natura editoriale.
Le reazioni dei partiti di maggioranza
Le esternazioni del conduttore hanno suscitato la dura reazione dei partiti di centrodestra. Matteo Salvini ha bollato il paragone come “penoso” e ha chiesto formalmente alla Rai la sospensione di Ranucci, sostenendo che “il denaro pubblico non debba finanziare chi è coinvolto in questa triste vicenda finché non si farà piena chiarezza”. Il partito di Giorgia meloni ha qualificato il parallelismo come “ignobile”, contestando a Ranucci l’utilizzo della memoria dei magistrati antimafia per eludere il merito delle questioni politiche e di trasparenza sollevate attorno ai suoi rapporti con Lavitola.
