“Colpirne uno per educarne cento”. Parola di moderato

Il vicepremier accusa i magistrati “perdonisti” e pretende segnali esemplari. Curiosa evoluzione per il partito che per trent’anni ha fatto della lotta agli abusi giudiziari una bandiera.

Antonio Tajani

Antonio Tajani possiede una qualità ormai rara nella politica italiana, riesce a sorprendere anche quando tutti si aspettano che dica qualcosa di sorprendente.

Dopo alcune memorabili escursioni verbali degli ultimi tempi, il vicepremier e ministro degli Esteri ha deciso di occuparsi della magistratura. E lo ha fatto con la delicatezza istituzionale di chi entra in una cristalleria guidando un trattore.

Al Villaggio della Legalità di Roma, una cittadina gli chiede maggiore sicurezza nelle borgate. Domanda legittima. Tajani avrebbe potuto parlare di organici delle forze dell’ordine, prevenzione, investigazione, certezza della pena, degrado urbano. Materia, insomma, per un uomo di governo.

Ha preferito i giudici.

Secondo il segretario di Forza Italia, ci sarebbero troppi arrestati in flagranza rimessi rapidamente in libertà da magistrati «perdonisti». E fin qui siamo alla polemica politica, magari grossolana ma riconoscibile.

Poi arriva il capolavoro: «Colpirne uno per educarne cento».

Una frase curiosa sulla bocca dell’erede politico di Silvio Berlusconi, che per trent’anni ha costruito buona parte della propria battaglia politica denunciando l’eccessivo potere delle toghe e proclamando, almeno a parole, la religione del garantismo.

Il garantismo tajaniano sembra invece essere diventato una faccenda stagionale, d’estate leggero, d’inverno pesante e in campagna elettorale disponibile in tutte le taglie.

Il problema, naturalmente, non consiste nel sostenere che la sicurezza sia una priorità. Lo è. E nemmeno nel criticare una decisione giudiziaria, in democrazia si può criticare perfino una sentenza.

Il problema comincia quando a un giudice si domanda di «dare segnali».

Il magistrato non è un semaforo.

Deve applicare la legge al caso concreto, non somministrare esempi pedagogici alla popolazione. L’ANM ha infatti replicato che i magistrati devono applicare la legge e che la giustizia non può diventare uno strumento d’intimidazione. Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali, ha ricordato a sua volta che chiedere «provvedimenti esemplari» invece dell’applicazione della legge è pericoloso per la democrazia.

Tajani successivamente ha precisato di non aver mai chiesto ai magistrati di disapplicare la legge, sostenendo anzi di volerne la piena applicazione.

Prendiamone atto.

Resta però un piccolo mistero, se il giudice deve applicare la legge, perché dovrebbe anche «colpirne uno per educarne cento»?

La legge punisce Tizio perché Tizio ha commesso un reato, non perché Caio, Sempronio e altri novantasette prendano paura.

Forse il problema di Tajani è proprio questo. Nel tentativo di inseguire la politica muscolare, il moderato finisce per parlare come il suo contrario.

E così Forza Italia, il partito che fu del garantismo berlusconiano, scopre improvvisamente il garantismo esemplare, garantire sì, purché prima qualcuno venga colpito a beneficio degli altri cento.

A questo punto alle toghe non resta che mettersi la mano sulla coscienza.

Al vicepremier, forse, basterebbe rimettere la Costituzione sul comodino.