Israele-Canada, una crisi diplomatica senza precedenti

Mark Carney definisce “orribile” il trattamento degli attivisti diretti a Gaza e invoca trasparenza internazionale

Il Primo Ministro canadese Mark Carney

Le parole pronunciate dal primo ministro canadese Mark Carney segnano un passaggio politico che fino a pochi mesi fa sarebbe apparso impensabile. Ottawa non si è limitata a esprimere “preoccupazione” per il trattamento degli attivisti della flottiglia diretta a Gaza, ha parlato apertamente di un comportamento “orribile” e “inaccettabile”, chiedendo un’indagine indipendente sulle violenze denunciate dai detenuti, tra i quali figuravano anche cittadini canadesi.

È un fatto politico di enorme rilievo. Il Canada è stato per decenni uno degli alleati occidentali più vicini a Israele, spesso prudente nelle critiche e attento a mantenere una linea diplomatica equilibrata anche nei momenti di maggiore tensione in Medio Oriente. Oggi, invece, il tono è cambiato radicalmente. Non solo per la gravità delle accuse, pestaggi, abusi sessuali, negazione dell’assistenza consolare, ma perché la crisi umanitaria di Gaza sta progressivamente incrinando il rapporto di fiducia tra Israele e parte del mondo occidentale.

La dichiarazione di Carney arriva in un contesto già estremamente deteriorato. Lo stesso ambasciatore israeliano in Canada ha ammesso che le relazioni bilaterali non erano mai state così critiche. È un’ammissione pesante, che fotografa una frattura diplomatica ormai evidente. Ottawa contesta apertamente non soltanto la gestione della flottiglia, ma anche l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, la violenza dei coloni e gli attacchi contro civili palestinesi.

Israele continua a sostenere che la flottiglia fosse legata ad Hamas e che gli attivisti agissero per minare gli equilibri previsti dalla risoluzione ONU sulla futura governance di Gaza. Tuttavia, ad oggi, non sono state rese pubbliche prove concrete a sostegno di tali accuse. In assenza di trasparenza, le denunce di maltrattamenti assumono inevitabilmente un peso ancora maggiore sul piano internazionale.

La questione non riguarda soltanto Israele e Canada. Essa riflette un cambiamento più ampio nella postura degli alleati occidentali. Dopo mesi di guerra, distruzione e immagini provenienti da Gaza, governi tradizionalmente vicini a Israele iniziano a considerare il costo politico e morale del proprio silenzio. La richiesta canadese di chiarimenti e di un’indagine indipendente non è soltanto un gesto diplomatico, è il segnale che la pazienza di molte capitali occidentali sta raggiungendo il limite.

Allo stesso tempo, sarebbe un errore ridurre tutto a una semplice rottura geopolitica. Nella telefonata tra Carney e Herzog è emersa anche una convergenza sulla minaccia iraniana e sulla necessità di impedire a Teheran di ottenere armi nucleari. Ciò dimostra che il rapporto strategico non è spezzato, ma attraversato da una crisi profonda di fiducia politica.

Il punto centrale, oggi, è un altro, nessuna democrazia può permettersi di ignorare accuse così gravi contro civili detenuti, soprattutto quando tra loro vi sono propri cittadini. Ed è significativo che a dirlo non siano più soltanto organizzazioni umanitarie o governi ostili a Israele, ma uno dei suoi partner storicamente più affidabili.

Quando persino Ottawa chiede conto delle violenze e invoca un’indagine indipendente, significa che la questione non può più essere liquidata come propaganda o ostilità ideologica. Significa che la credibilità internazionale di Israele sta entrando in una fase critica senza precedenti.