C’è una certezza che attraversa governi, legislature e amministrazioni americane, quando arriva la festa dell’Indipendenza degli Stati Uniti a Villa Taverna, la politica italiana risponde sempre presente. Cambiano i presidenti della Casa Bianca, si alternano gli ambasciatori, mutano gli equilibri internazionali, ma il ricevimento del 4 luglio, quest’anno celebrato eccezionalmente il 2 luglio resta uno degli appuntamenti più ambiti della diplomazia romana. Perché i presidenti passano, l’America resta.
Anche quest’anno, nella residenza dell’ambasciatore statunitense Tilman J. Fertitta, quasi tutto il governo si è dato appuntamento per celebrare il 250° anniversario dell’indipendenza americana. L’unica assenza di rilievo è stata quella della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha preferito farsi rappresentare dalla sorella Arianna. Del resto, qualcuno doveva pur rappresentare Palazzo Chigi. Dimenticavo, c’era naturalmente anche il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, questa volta senza il celebre cappellino MAGA tra le mani.
La scena, però, assume contorni quasi cinematografici se si ripensano le ultime settimane. Donald Trump non ha perso occasione per attaccare l’Italia, alternando richiami, critiche e dichiarazioni tutt’altro che concilianti. Eppure, davanti ai prati perfettamente curati di Villa Taverna, tutto sembra dissolversi. La diplomazia ha questo pregio, riesce a far sorridere anche chi, fino al giorno prima, si scambiava accuse tutt’altro che cordiali.
Naturalmente non potevano mancare le opposizioni. Matteo Renzi era presente, il Partito Democratico era rappresentato da Francesco Boccia e Lorenzo Guerini, mentre il Movimento 5 Stelle ha inviato proprie delegazioni, pur con l’assenza di Giuseppe Conte, impegnato a Napoli per la presentazione del suo libro. Carlo Calenda ha fatto sapere di non aver ricevuto l’invito, Roberto Vannacci ha preferito Bruxelles e Pier Ferdinando Casini ha scelto la via più elegante, inviando una lettera di scuse all’ambasciatore.
Poi sono arrivati i discorsi. Quelli che tutti ascoltano con educazione e che quasi nessuno ricorda il giorno successivo. Ringraziamenti, valori condivisi, amicizia storica, alleanza strategica, il tradizionale menù della diplomazia, servito con impeccabile puntualità.
A rompere, almeno in parte, il protocollo ci ha pensato Matteo Salvini. Sentendo probabilmente che gli hamburger sulla griglia rischiavano di raffreddarsi, ha deciso di accorciare il proprio intervento. Una scelta che, bisogna riconoscerlo, ha probabilmente aumentato il gradimento generale della cerimonia. Certo, le battute autoironiche funzionano meglio quando arrivano da statisti che non hanno bisogno di rincorrere l’applauso. Negli altri casi rischiano di essere ricordate più del discorso stesso.
Resta, infine, una domanda che aleggia tra un brindisi e una stretta di mano, tutto questo basterà a convincere Donald Trump a usare toni più concilianti nei confronti dell’Italia? È lecito dubitarne. La Casa Bianca difficilmente modifica la propria linea politica perché a Roma si è mangiato un buon cheeseburger.
Villa Taverna continuerà a essere il salotto della diplomazia italiana, il luogo dove maggioranza e opposizione, almeno per una sera, mettono da parte le polemiche per rendere omaggio al più importante alleato occidentale. Sarebbe però un errore confondere il galateo con la geopolitica. Le fotografie di gruppo fanno sempre una bella figura. Molto meno, invece, quando il giorno dopo da Washington ricominciano ad arrivare le stesse critiche e gli stessi epiteti offensivi del giorno prima.
