Con la scomparsa di Sonny Rollins, si è chiuso definitivamente l’ultimo, glorioso capitolo dell’epoca d’oro del jazz. La notizia ha scatenato un’ondata di commozione globale, unendo in un unico grande abbraccio artisti di ogni generazione e genere musicale, a testimonianza di quanto la sua influenza sia andata ben oltre i confini del jazz. Le istituzioni e i colleghi lo hanno ricordato non solo come un innovatore assoluto, ma come un punto di riferimento morale e spirituale. Wynton Marsalis ha scritto: “Sonny Rollins era la definizione stessa di integrità artistica. Il suo suono monumentale e la sua incessante ricerca della perfezione continueranno a guidare chiunque imbracci uno strumento.“
Anche il mondo del rock e del pop, con cui Rollins aveva dialogato (impressoria la sua collaborazione con i Rolling Stones nel 1981), si è unito al dolore. Molti musicisti contemporanei hanno affidato ai social il proprio ricordo, definendolo “un maestro di libertà” e “un gigante gentile la cui musica conteneva l’anima intera del Novecento”. Dai jazzisti della nuova avanguardia ai vecchi compagni di palco, il messaggio è unanime: con Rollins non se ne va solo un sassofonista, ma l’incarnazione vivente dell’improvvisazione pura.
La vita di Sonny Rollins attraverso i suoi incontri leggendari
Quando parliamo di Sonny Rollins, non stiamo solo citando uno dei più grandi sassofonisti della storia del jazz ma una vera e propria forza della natura. Soprannominato The Jazz Colossus, Rollins ha ridefinito il suono del sassofono tenore grazie a un’improvvisazione fluviale, ironica e instancabile.
Tuttavia, la sua straordinaria evoluzione musicale e umana non è avvenuta nel vuoto. La vita di Sonny Rollins è stata costellata di incontri straordinari che hanno cambiato il corso della sua carriera e, in alcuni casi, della storia della musica.
L’Incontro con Thelonious Monk
Alla fine degli anni ’40, un giovanissimo Sonny Rollins muoveva i primi passi nella vibrante scena di Harlem. Fu in quel periodo che entrò nell’orbita di Thelonious Monk, l’eccentrico e geniale pianista. Monk non fu solo un datore di lavoro, ma un mentore fondamentale. Spesso Rollins raccontava di come passasse ore a casa di Monk, studiando accordi e imparando a non avere paura dello “spazio” e del silenzio nella musica. Questo incontro trasmise a Rollins quell’approccio strutturale e quasi geometrico all’improvvisazione che diventerà il suo marchio di fabrik.
Sonny Rollins e John Coltrane
Nel 1956 (precisamente il 24 maggio), la casa discografica Prestige organizzò una sessione di registrazione rimasta nella leggenda. In studio c’erano i due pesi massimi del sassofono tenore dell’epoca: Sonny Rollins e John Coltrane. L’album che ne scaturì, Tenor Madness, contiene l’unica traccia in cui i due giganti suonano insieme. Più che una rivalità distruttiva, il loro incontro fu una profonda e reciproca spinta a superarsi. Si stimavano immensamente, e la “sfida” a colpi di assoli spinse entrambi a esplorare territori sonori fino ad allora impensabili.
Il Ponte di Williamsburg
A volte l’incontro più importante è quello con i propri limiti. Nel 1959, all’apice del successo, Rollins decise di ritirarsi improvvisamente dalle scene. Sentiva che la sua musica stava diventando ripetitiva e che la pressione della fama stava soffocando la sua arte. Per due anni, non avendo un posto dove fare pratica senza disturbare i vicini, Rollins andò a suonare ogni giorno sul ponte di Williamsburg, a New York, esposto al vento, al freddo e al rumore dei treni. Questo “incontro” intimo con lo strumento diede vita al suo album del grande ritorno, intitolato non a caso The Bridge (1962).
Il pensiero di Enrico Rava
Quando oggi si cerca di capire chi possa raccogliere il testimone dei padri fondatori della musica afroamericana, la visione di Rava è netta: “Quando mi chiedono chi oggi, anche in America, potrebbe prendere il posto di Miles Davis, Charlie Parker o Sonny Rollins, rispondo ‘nessuno’, ovviamente. Perché quello è stato un periodo magico, in cui leggendari musicisti hanno inventato questa musica. Prima che loro lo suonassero, quel jazz non esisteva.“
Nelle parole di Rava si legge il riconoscimento supremo per Rollins: non un semplice virtuoso, ma un pioniere assoluto che ha tracciato una strada dove prima c’era il vuoto. Il legame artistico e la stima reciproca erano tali che negli anni passati si era persino ipotizzata una storica collaborazione dal vivo sui palchi italiani (come a Umbria Jazz), a testimonianza di come il linguaggio universale e torrenziale del Colosso avesse trovato in Rava uno dei suoi più attenti e profondi estimatori europei.
Con Sonny non scompare solo un uomo ma si cristallizza un’era irripetibile che musicisti come Rava continuano a custodire e tramandare.
