“Normale vincere la resistenza della donna”: Strasburgo condanna l’Italia

La Corte europea censura le motivazioni di una pm. A pagare saranno ancora una volta gli italiani

L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver garantito un’indagine tempestiva ed efficace in un caso di violenza domestica e sessuale. Una sentenza che rappresenta un duro richiamo nei confronti del nostro sistema giudiziario e che nasce da una vicenda destinata a far discutere.

Al centro della decisione della Corte di Strasburgo non ci sono soltanto i ritardi delle indagini, ma anche le motivazioni contenute nella richiesta di archiviazione redatta da un pubblico ministero. Parole che i giudici europei hanno definito espressione di una cultura “sessista e stereotipata”.

Tra i passaggi più contestati figura l’affermazione secondo cui sarebbe “normale” che un uomo debba superare quella minima resistenza che una donna manifesterebbe quando è stanca della quotidianità e riceve avances sessuali dal proprio partner. Nello stesso provvedimento, anche un episodio in cui l’uomo avrebbe puntato un coltello alla gola della compagna veniva liquidato come uno “scherzo di cattivo gusto”.

È difficile immaginare che simili considerazioni possano trovare spazio in un atto giudiziario. Se una donna oppone resistenza a un rapporto sessuale, il tema non è capire se quella resistenza debba essere superata, ma prendere atto che manca il consenso. Ed è proprio il consenso il fondamento di qualsiasi rapporto libero e legittimo.

Fortunatamente quella richiesta di archiviazione venne respinta dal giudice per le indagini preliminari. Il fascicolo fu assegnato a un altro magistrato che dispose il rinvio a giudizio dell’imputato. Il procedimento si è poi concluso, in primo grado, con una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione.

La vicenda, tuttavia, non si è fermata nelle aule italiane. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto che lo Stato italiano abbia violato i diritti della vittima, sia per la lentezza dell’azione giudiziaria sia per il contenuto di quelle motivazioni, condannando il nostro Paese al risarcimento dei danni.

Ed è qui che emerge un’altra questione tutt’altro che marginale.

A sostenere il costo economico della condanna non sarà il magistrato autore di quelle affermazioni, ma lo Stato italiano, cioè i contribuenti. Ancora una volta saranno i cittadini a pagare le conseguenze di un errore istituzionale.

L’indipendenza della magistratura rappresenta uno dei pilastri dello Stato di diritto e non può essere messa in discussione. Ma indipendenza non può significare assenza di responsabilità professionale, soprattutto quando un provvedimento giudiziario contiene affermazioni che una Corte internazionale considera incompatibili con i principi fondamentali della tutela della persona.

Quando una decisione giudiziaria porta l’Italia davanti alla Corte europea e si conclude con una condanna che grava sulle casse pubbliche, è inevitabile porsi una domanda: è giusto che siano sempre i cittadini a pagare, mentre chi ha scritto motivazioni ritenute lesive dei diritti fondamentali non subisce alcuna conseguenza?

È una riflessione che riguarda non solo la credibilità della giustizia, ma anche il principio di responsabilità che dovrebbe valere per chiunque eserciti una funzione pubblica.