Trump dichiara guerra al mondo

La guerra non ha piegato l’Iran e il Tycoon cambia arma: sanzioni, isolamento e minacce a chiunque aiuti Teheran. Quando una cura non funziona, basta aumentare la dose

C’è qualcosa di singolarmente americano, e di singolarmente trumpiano, nell’idea che una guerra dalla quale non si riesce a uscire possa essere vinta cambiandole semplicemente aggettivo. Non più guerra militare, dunque, ma “guerra economica”. Come se a Teheran, leggendo le maiuscole presidenziali su Truth Social, dovessero finalmente arrendersi per esaurimento tipografico.

Donald Trump annuncia contro l’Iran quella che definisce la più schiacciante operazione economica mai concepita. E non si accontenta di minacciare gli iraniani. Avverte anche il resto del mondo, chiunque commerci con Teheran, gli presti un aeroporto, una banca, un’impresa o forse domani persino un telefono, rischierà “ENORMI conseguenze economiche”.

Le maiuscole, come si vede, non mancano. È la strategia che continua a essere più difficile da individuare.

Il problema non è soltanto l’Iran. È il principio che Washington pretende di imporre, la politica estera americana come codice penale universale. Gli Stati Uniti decidono il nemico e gli alleati devono adeguarsi. Chi non lo fa viene trattato quasi come un nemico a sua volta.

Per l’Europa la faccenda dovrebbe essere particolarmente istruttiva. Da anni le viene spiegato che l’alleanza atlantica è una comunità di valori e interessi. Poi, quando gli interessi divergono, scopriamo che la comunità assomiglia curiosamente a un condominio nel quale uno solo possiede le chiavi del portone e decide chi può ricevere visite.

Trump vuole isolare economicamente l’Iran dopo mesi di guerra che non hanno prodotto quella soluzione rapida che i promotori delle avventure militari promettono quasi sempre alla vigilia e dimenticano quasi sempre il giorno dopo. E ora l’embargo globale rischia di diventare la prosecuzione della guerra con altri mezzi, non soltanto contro il regime iraniano, ma contro un’economia e quindi inevitabilmente contro una popolazione.

C’è poi lo Stretto di Hormuz, arteria attraverso cui passa una quota decisiva dell’energia mondiale. Trasformarlo in materiale per proclami e provocazioni social sarebbe grottesco se le conseguenze non potessero essere serissime. Le carte geografiche, dopotutto, hanno un difetto che Trump sembra non apprezzare, non cambiano confini perché qualcuno ci scrive sopra in maiuscolo.

Netanyahu ha le sue ragioni strategiche, Trump le sue ragioni politiche. Ma l’Europa dovrebbe finalmente domandarsi quali siano le proprie. Perché essere alleati non significa essere comparse, né pagare automaticamente il conto delle guerre decise altrove.

A novembre gli americani voteranno per il Congresso. Saranno loro, naturalmente, a giudicare il presidente e la sua politica. Ma una democrazia possiede anche questo prezioso meccanismo, può mettere un freno al proprio capo prima che questi scambi il mandato ricevuto dagli elettori per una procura sul mondo.

Trump ama gli uomini forti. Le urne, qualche volta, hanno il cattivo gusto di ricordare loro che non sono onnipotenti.