C’è un principio che dovrebbe essere semplice da affermare in qualunque democrazia, combattere l’antisemitismo e difendere la libertà di criticare Israele non sono obiettivi incompatibili. Anzi, proprio la capacità di tenere distinti questi due piani dovrebbe rappresentare uno dei segni della maturità del dibattito pubblico.
Di fronte a norme che intendono rafforzare il contrasto all’antisemitismo, la domanda non è se l’odio contro gli ebrei debba essere combattuto. Su questo non dovrebbero esserci esitazioni. La domanda è dove venga tracciato il confine tra odio antisemita e legittima, anche durissima, critica politica.
Perché quel confine conta. E conta soprattutto quando le parole diventano scomode.
Io voglio conservare il diritto di criticare Israele.
Voglio poter criticare Netanyahu, il suo governo, le sue decisioni e la condotta dello Stato israeliano con la stessa libertà con cui critico il governo italiano, americano, russo o iraniano.
E voglio poter usare parole anche durissime, quando ritengo che i fatti le giustifichino, senza che una critica politica venga automaticamente trasformata in un processo alle intenzioni.
L’antisemitismo è odio e pregiudizio contro gli ebrei e, proprio per questo, va combattuto senza esitazioni e senza ambiguità.
Ma Israele è uno Stato, non una religione.
Un governo è un potere politico, non un popolo.
E Netanyahu è un uomo politico, non l’incarnazione dell’ebraismo.
A coloro che voteranno questa legge chiedo dunque una cosa molto semplice, abbiate la stessa cura nel difendere la libertà di critica che mettete, giustamente, nel combattere l’odio.
Perché una democrazia non si misura dalla libertà concessa alle opinioni educate, innocue e accomodanti.
Si misura dalla capacità di tollerare quelle scomode, aspre, urticanti e persino detestabili.
La libertà di espressione serve soprattutto quando ciò che viene detto disturba il potere. Altrimenti non è libertà, è buona educazione.
E se, per difendere una democrazia, cominciamo ad avere paura delle parole con cui la giudichiamo, forse avremo protetto qualcuno dall’offesa.
Ma avremo reso tutti un po’ meno liberi.
È proprio qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito. Una legge nata per contrastare una forma odiosa di discriminazione non dovrebbe lasciare spazio all’equivoco che una contestazione rivolta alle scelte di uno Stato possa essere assimilata automaticamente all’ostilità verso un popolo o una religione.
Difendere gli ebrei dall’antisemitismo è un dovere democratico. Difendere i cittadini dalla possibilità che il dissenso politico venga confuso con l’odio lo è altrettanto.
Non bisogna scegliere tra le due cose.
Bisogna avere la forza, politica e culturale, di difenderle entrambe.
