Modena, cronaca di una tragedia, non uno slogan

Responsabilità individuale, salute mentale, integrazione: il caso El Koudri impone domande scomode, ma non autorizza scorciatoie ideologiche

C’è un’immagine che resta più forte di ogni dichiarazione politica: un’auto che sale sul marciapiede, la gente che cammina nel cuore di una città, il rumore improvviso dello schianto, i corpi travolti, la paura che in pochi secondi trasforma una via del centro in una scena di guerra civile. Sabato scorso, a Modena, Salim El Koudri, 31 anni, ha investito diversi passanti in via Emilia Centro. Secondo le ricostruzioni, otto persone sono rimaste ferite, quattro in modo grave; una donna ha subito l’amputazione di entrambe le gambe. L’uomo è stato fermato dopo il tentativo di fuga. Gli inquirenti hanno proceduto per strage e lesioni aggravate.

La parola “strage”, in questo caso, non indica soltanto l’orrore percepito dall’opinione pubblica, ma anche il quadro accusatorio delineato dalla Procura. Il procuratore Luca Masini ha parlato di una volontà chiara di mettere in pericolo l’incolumità pubblica, non solo la vita delle singole persone colpite, in una via centrale e affollata. Successivamente il gip ha convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere, contestando l’accusa di strage con l’aggravante delle lesioni gravissime.

Da quel momento, però, il fatto di cronaca ha smesso quasi subito di essere soltanto un fatto: è diventato una superficie sulla quale ognuno ha proiettato la propria lettura: immigrazione, seconde generazioni, salute mentale, fallimento dell’integrazione, fallimento dello Stato, sicurezza urbana, responsabilità individuale, legge Basaglia. Tutto vero, forse. Tutto parziale, certamente. Perché quando una tragedia diventa immediatamente una bandiera, il rischio è che le vittime scompaiano dietro le tesi.

El Koudri è cittadino italiano, nato a Bergamo, di origine marocchina, laureato in Economia e residente nel Modenese. Secondo le autorità citate da AP, era noto ai servizi di salute mentale per disturbi schizoidi; non sono emersi, nelle prime verifiche, legami con gruppi estremisti né elementi immediati legati all’uso di alcol o droghe. Ma proprio qui serve cautela. La salute mentale non può diventare una scorciatoia esplicativa buona per archiviare tutto, così come l’origine familiare non può trasformarsi in una condanna collettiva verso milioni di persone.

Il punto è questo: comprendere non significa perdonare. Analizzare non significa assolvere. Cercare i contesti non significa cancellare la responsabilità individuale. Un uomo che guida un’auto contro i passanti, secondo quanto contestato dagli inquirenti, deve rispondere delle proprie azioni davanti alla giustizia. La società può interrogarsi sulle sue crepe, ma non può diventare l’alibi indistinto dentro cui scompare il soggetto che agisce.

La stessa magistratura, almeno allo stato degli atti, sembra muoversi su questa linea. La gip Donatella Pianezzi ha scritto che, al momento, non ci sono elementi per ritenere che il gesto sia stato conseguenza della patologia per cui El Koudri era stato in cura, né elementi per sostenere che fosse incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. Secondo l’ordinanza, l’uomo avrebbe voluto colpire “più persone possibile”.

Eppure il nodo della salute mentale resta. Non come attenuante automatica, ma come questione pubblica. Secondo la testata Open, El Koudri era stato seguito tra il 2022 e il 2024 dai servizi territoriali per disturbi schizoidi, non aveva precedenti penali, non era stato sottoposto a TSO e poteva quindi interrompere il percorso terapeutico, continuare a vivere liberamente e mantenere la patente. Il sistema italiano, dopo la riforma Basaglia, si fonda infatti sul consenso: una persona adulta, se non sottoposta a misure specifiche e se ritenuta capace di autodeterminarsi, può rifiutare o interrompere le cure.

È qui che si apre la domanda più difficile: come si tutela la libertà di una persona fragile senza lasciare scoperta la sicurezza collettiva? Come si evita il ritorno a logiche manicomiali, senza fingere che basti chiudere una porta perché il problema sia risolto? La Legge Basaglia fu una conquista di civiltà, perché pose fine a un sistema spesso fondato sull’esclusione, sulla segregazione e sulla cancellazione sociale del malato. Ma ogni conquista, per restare viva, deve essere sostenuta da strumenti concreti: centri di salute mentale funzionanti, équipe multidisciplinari, assistenza domiciliare, continuità terapeutica, sostegno alle famiglie, capacità di intercettare le fratture prima che diventino emergenza.

I numeri nazionali mostrano un sistema enorme e sotto pressione. Il Rapporto Salute Mentale del Ministero della Salute segnala che nel 2024 le persone con problemi di salute mentale assistite dai servizi specialistici sono state 845.516. Gli accessi in pronto soccorso per patologie psichiatriche, secondo la sintesi del rapporto, sono cresciuti del 10% rispetto all’anno precedente. Sono dati che non spiegano Modena, ma raccontano un Paese in cui il disagio psichico è sempre più presente e in cui la rete territoriale rischia spesso di arrivare tardi, o di non riuscire a trattenere chi si sottrae volontariamente alle cure.

Poi c’è il tema dell’integrazione, che va affrontato senza ipocrisie ma anche senza brutalità propagandistica. La cittadinanza formale non basta. Non è razzismo: è realismo. Diventare parte di una comunità significa interiorizzarne le regole, riconoscerne i limiti, accettarne la legge civile, costruire appartenenza attraverso scuola, lavoro, lingua, relazioni, responsabilità. Ma dire questo non autorizza a trasformare ogni persona di origine straniera in un sospetto, ogni seconda generazione in un problema, ogni fallimento individuale in una prova generale contro l’immigrazione.

Le seconde generazioni vivono spesso una frattura identitaria complessa: sono italiane per nascita, scuola, lingua, abitudini, ma possono sentirsi sospese tra mondi diversi, talvolta non pienamente accolte da nessuno. Questo non giustifica nulla. Non trasforma il disagio in innocenza, ma impone alla politica e alla società una domanda seria: che cosa facciamo, concretamente, per trasformare la cittadinanza in appartenenza reale?

Modena sembra consegnarci tre verità scomode, che sarebbe pericoloso ignorare o piegare alla propaganda. La prima è che la responsabilità penale resta personale: nessuna analisi sociale, nessun contesto familiare, culturale o psicologico può sciogliere l’azione individuale nel brodo indistinto delle giustificazioni sociologiche. La seconda riguarda la salute mentale, che non può essere evocata soltanto dopo le tragedie, quando ormai il dolore ha già prodotto vittime e la prevenzione ha fallito: è un’emergenza pubblica, strutturale, quotidiana, che richiede reti territoriali, continuità di cura e sostegno reale alle famiglie. La terza, infine, riguarda l’integrazione: non è uno slogan da campagna elettorale, né un automatismo burocratico legato a un documento, né una concessione sentimentale. È un processo lungo, esigente e reciproco, fatto di diritti ma anche di doveri, di appartenenza ma anche di responsabilità, di accoglienza ma anche di rispetto pieno delle regole comuni.

La politica, invece, spesso sceglie la scorciatoia. Da una parte chi riduce tutto al fallimento sociale, rischiando di cancellare la responsabilità del singolo. Dall’altra chi riduce tutto all’origine dell’autore, rischiando di colpire simbolicamente un’intera comunità. In mezzo restano le vittime, le loro famiglie, una città ferita e una domanda che non può essere liquidata con un post o con una dichiarazione a caldo.

La tragedia di Modena non chiede indulgenza, chiede giustizia. Ma la giustizia non è vendetta, non è slogan, non è caccia al colpevole collettivo. È accertamento dei fatti, responsabilità individuale, tutela delle vittime, prevenzione futura. È la capacità di guardare il male senza usarlo come carburante ideologico.

Una società davvero matura non assolve tutto in nome del contesto e non rinuncia ad interrogarsi sui propri vuoti. Non trasforma la malattia in scusa, ma nemmeno la ignora. Non confonde l’integrazione con l’automatismo, ma nemmeno la usa come clava contro chi non c’entra nulla. Non rimuove la paura, ma impedisce che la paura diventi odio. Modena, oggi, merita parole precise, non urla. Merita giustizia, non propaganda, memoria per le vittime, non etichette. Merita uno Stato capace di punire chi colpisce e, allo stesso tempo, di vedere prima chi si sta perdendo.