Una dura contrapposizione politica e culturale ha investito la seconda carica dello Stato: Ignazio La Russa, presidente del Senato, e Michela Ponzani, docente d’ateneo presso la Facoltà di Tor Vergata e volto noto del dibattito televisivo, sono entrati in forte rotta di collisione negli ultimi giorni.
Il casus belli è emerso durante la trasmissione Otto e mezzo su La7, subito dopo l’approvazione ministeriale dell’ultimo provvedimento in materia di sicurezza, emanato a seguito dei disordini milanesi del 17 e 18 ottobre. Commentando le nuove norme che inaspriscono le sanzioni ed estendono diversi reati, la storica ha tracciato un parallelismo con i fatti del 12 aprile 1973, sostenendo che se regole simili fossero state vigenti all’epoca, le carriere di diversi esponenti politici attuali avrebbero preso una piega diversa.
Il «giovedì nero» del 1973 e i fatti di Milano
Il riferimento sollevato in studio attinge a una pagina drammatica degli anni di piombo. Il 12 aprile 1973, in una Milano attraversata da forti tensioni ideologiche, il Movimento Sociale Italiano e il Fronte della Gioventù organizzarono una mobilitazione anti-sinistra, nonostante il divieto esplicito stabilito dalla prefettura. Ignazio La Russa ricopriva allora il ruolo di responsabile regionale dei giovani di destra.
La giornata sfociò in tragedia quando dal corteo partirono due ordigni bellici. Uno di questi provocò la morte di Antonio Marino, un poliziotto di soli ventidue anni, oltre al ferimento di una dozzina di agenti. Per quell’omicidio la magistratura condannò in seguito a severe pene detentive due esponenti neofascisti, Maurizio Murelli e Vittorio Loi, scagionando La Russa da qualunque responsabilità materiale o penale.
Accuse, smentite e le azioni legali annunciate
Di fronte alle affermazioni televisive della docente, La Russa è intervenuto il 24 ottobre bollando le dichiarazioni come gravemente lesive. Il Presidente del Senato ha confermato di aver conferito mandato legale per adire le vie giudiziarie contro chiunque associ la sua figura alla scomparsa dell’agente Marino, ribadendo l’assoluta estraneità ai fatti di sangue e rigettando la ricostruzione del divieto al corteo.
La replica di Michela Ponzani non si è fatta attendere ed è giunta nuovamente dai microfoni di La7 il 26 ottobre. La professoressa ha precisato la propria posizione spiegando di non aver mai attribuito a La Russa la responsabilità materiale della bomba, ma rimarcando come la sua presenza all’evento vietato sia ampiamente comprovata dagli archivi della Questura e dai giornali dell’epoca. Nel tutelare la propria professionalità tramite l’avvocato Fabio Anselmo, la docente ha ribadito che la storiografia ha il compito di analizzare criticamente il potere e non di celebrarlo. Ponzani ha inoltre stigmatizzato l’uso del termine sminuente “signora” utilizzato nei suoi confronti, rivendicando il valore istituzionale e la fatica dei titoli conseguiti nel mondo accademico.
Le reazioni della politica e del mondo dell’informazione
La querelle ha innescato un vivace dibattito sul ruolo delle istituzioni. Figure dell’opposizione, tra cui il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e vari parlamentari del Partito Democratico, hanno criticato l’uso della querela da parte della seconda carica dello Stato contro una studiosa.
Anche nel dibattito d’opinione le posizioni si dividono nettamente. Il giornalista Massimo Giannini ha manifestato pieno sostegno alla docente, evidenziando come la questione valichi il dato giudiziario, da cui La Russa è uscito penalmente intonso, per diventare un caso eminentemente politico. Dall’altro lato, l’ex senatore Luigi Zanda ha richiamato l’attenzione sulla necessaria imparzialità dei presidenti delle Camere, citando l’esempio storico di Francesco Cossiga, il quale decise di non ricorrere mai alla querela verso la stampa o i critici nonostante le durissime contestazioni subite durante il suo mandato.
