Il progetto E1 non è semplicemente l’ennesima espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. È una scelta territoriale con conseguenze potenzialmente irreversibili, trasformare la già frammentata geografia palestinese in un mosaico di enclavi separate, rendendo sempre più difficile immaginare uno Stato palestinese territorialmente contiguo e politicamente sostenibile.
E1 riguarda un’area strategica a est di Gerusalemme, tra la città e il grande insediamento israeliano di Ma’ale Adumim. Il piano prevede oltre 3.000 abitazioni. La sua importanza non dipende quindi soltanto dalle dimensioni, ma dalla posizione, edificare qui consoliderebbe la continuità territoriale israeliana fra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, restringendo ulteriormente i collegamenti palestinesi fra il nord e il sud della Cisgiordania.
È per questo che E1 suscita da anni l’opposizione internazionale. Per i palestinesi, Gerusalemme Est dovrebbe diventare la capitale di un futuro Stato. Separarla ulteriormente dalla Cisgiordania significa colpire uno dei presupposti geografici fondamentali della soluzione dei due Stati.
Le conseguenze riguardano anche le comunità beduine palestinesi presenti nell’area, sottoposte da anni a demolizioni, restrizioni edilizie e rischio di trasferimento. E1 non nasce dunque in uno spazio vuoto, si inserisce in un territorio nel quale l’espansione degli insediamenti e delle infrastrutture israeliane ha progressivamente ridotto lo spazio disponibile e la libertà di movimento dei palestinesi.
Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, esponente dell’estrema destra e sostenitore dell’espansione degli insediamenti, ha trasformato questa politica in un progetto apertamente politico. La posta in gioco non è soltanto costruire nuove case, ma consolidare sul terreno una realtà capace di rendere impraticabile la nascita di uno Stato palestinese contiguo. In questa prospettiva, E1 appare meno come una normale politica urbanistica e più come uno strumento per predeterminare unilateralmente l’esito di un conflitto che dovrebbe essere risolto attraverso negoziati.
Le condanne provenienti dall’Unione Europea, dai Paesi arabi e da numerosi governi non derivano quindi da un’improvvisa attenzione verso una controversia edilizia. Nascono dalla consapevolezza che esiste un punto oltre il quale continuare a invocare la soluzione dei due Stati rischia di diventare una formula diplomatica priva di rapporto con la realtà geografica.
Israele sostiene che Gerusalemme e i grandi blocchi di insediamenti debbano rimanere sotto il proprio controllo e richiama anche esigenze di sicurezza. Ma la sicurezza non può diventare una giustificazione permanente per ridisegnare unilateralmente il territorio sul quale dovrebbe nascere lo Stato dell’altra parte.
È questo il significato politico più grave di E1. Un futuro Stato palestinese non può esistere soltanto nelle dichiarazioni delle cancellerie, ha bisogno di territorio, continuità e accesso alla propria capitale. Se queste condizioni vengono eliminate mattone dopo mattone, resterà forse l’espressione “due Stati”. Ma uno dei due rischierà di non avere più uno spazio reale nel quale esistere.
