L’ascesa di Itamar Ben-Gvir rappresenta una delle trasformazioni più inquietanti della politica israeliana contemporanea, quella di un estremista condannato più volte per razzismo e sostegno a organizzazioni terroristiche diventato uomo chiave del governo. La sua storia personale non è un dettaglio marginale, ma la chiave per comprendere la deriva morale e politica che sta attraversando Israele.
Ben-Gvir non è un politico “controverso” nel senso superficiale del termine. È un ideologo radicale che per decenni ha alimentato odio etnico e nazionalismo aggressivo. Da giovane seguace del rabbino estremista Meir Kahane fino alle provocazioni contro Yitzhak Rabin poche settimane prima del suo assassinio, la sua traiettoria è sempre stata segnata dalla legittimazione della violenza politica come strumento di identità nazionale.
Le immagini diffuse in questi giorni contro gli attivisti della Sumud flottiglia diretta a Gaza mostrano con crudezza questa cultura politica. Detenuti inginocchiati, mani legate, umiliati davanti alle telecamere mentre il ministro sventola la bandiera israeliana e urla slogan nazionalisti, non è sicurezza nazionale, è propaganda della sopraffazione. È l’esibizione del potere trasformato in spettacolo.
Il fatto più grave, tuttavia, non riguarda soltanto Ben-Gvir. Riguarda Benjamin Netanyahu. Il premier ha preso formalmente le distanze dai “metodi” del suo ministro, ma questa dissociazione appare poco credibile. Ben-Gvir non è un incidente di percorso del governo israeliano, è una colonna della coalizione che tiene Netanyahu al potere. Senza il sostegno dell’estrema destra ultranazionalista, l’attuale governo probabilmente non sopravvivrebbe.
Netanyahu conosce perfettamente il profilo politico del suo ministro. Conosce le sue condanne, le sue dichiarazioni incendiarie, il suo sostegno ai coloni più radicali, la sua opposizione agli aiuti umanitari per Gaza e il suo entusiasmo per misure apertamente discriminatorie contro i palestinesi. Continuare a garantirgli potere significa assumersene la responsabilità politica e morale.
La crisi non riguarda soltanto Israele o i palestinesi. Riguarda anche il modo in cui il mondo percepisce oggi lo Stato ebraico. È necessario affermarlo con chiarezza, l’antisemitismo è un male antico e infame che nulla può giustificare. Ma è altrettanto vero che le politiche aggressive, umilianti e disumanizzanti portate avanti da leader israeliani estremisti stanno alimentando nel mondo una crescente ostilità verso Israele, confondendo tragicamente, agli occhi di molti, le azioni di un governo con l’identità di un intero popolo.
È una dinamica pericolosa che dovrebbe preoccupare prima di tutto gli stessi israeliani. Quando ministri che inneggiano alla forza, alla vendetta e alla supremazia etnica diventano il volto internazionale di Israele, il danno non colpisce solo i palestinesi, colpisce anche la credibilità morale dello Stato israeliano e la sicurezza delle comunità ebraiche nel mondo.
Israele nacque anche come risposta storica all’odio antisemita e alla persecuzione. Proprio per questo dovrebbe essere il primo Paese a comprendere quanto sia devastante disumanizzare l’altro. Le immagini della flottiglia non mostrano forza. Mostrano una democrazia che rischia di smarrire sé stessa sotto il peso del fanatismo politico e dell’impunità del potere.
