Il popolo è sovrano. Fino alla scelta dei candidati

Meloni aveva promesso le preferenze, ma la nuova legge elettorale rischia di confermare il vecchio copione: il popolo vota, i leader nominano

"Il tuo voto non conta"

C’è una promessa che in Italia ritorna puntualmente a ogni campagna elettorale, restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri parlamentari attraverso le preferenze. È una di quelle parole che raccolgono applausi nei comizi e spariscono appena si varca il portone di Palazzo Chigi.

Anche Giorgia Meloni, per anni, ha sostenuto la necessità di superare le liste bloccate e restituire agli elettori la possibilità di decidere chi mandare in Parlamento. Oggi, però, mentre il governo si prepara a mettere mano all’ennesima legge elettorale, quella battaglia sembra essersi improvvisamente affievolita. Un cambio di rotta che merita almeno una spiegazione.

Del resto, la storia politica italiana insegna che quasi tutti i governi hanno cercato di costruire una legge elettorale ritenuta favorevole ai propri interessi. E quasi tutti hanno scoperto, qualche anno dopo, che gli elettori hanno una spiacevole abitudine: votano come vogliono loro, non come sperano i governi.

Ancora più singolare è la posizione dei partiti che si definiscono “popolari”. Forza Italia e Lega, secondo le indiscrezioni, non sembrano entusiaste dell’idea di reintrodurre le preferenze. Molto più rassicurante continuare con un sistema nel quale la scelta dei candidati resta saldamente nelle mani delle segreterie nazionali. In pratica il cittadino può scegliere il simbolo, ma non le persone. Un po’ come entrare al ristorante e sentirsi dire: “O mangi questa minestra o salti dalla finestra”.

Eppure esiste un paradosso difficile da spiegare. Nei Comuni e nelle Regioni il voto di preferenza è considerato perfettamente normale. I cittadini possono indicare il candidato che ritengono più competente, più presente sul territorio, più meritevole della loro fiducia. Arrivati a Roma, invece, questa fiducia sembra improvvisamente diventare un problema.

La verità è che le preferenze restituiscono agli elettori un potere che molti partiti preferiscono conservare per sé. Perché con le liste bloccate il parlamentare sa di dovere la propria elezione più al capo del partito che ai cittadini. E questo modifica inevitabilmente il rapporto tra eletto ed elettore.

La nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Sarebbe logico che questa sovranità comprendesse anche la scelta di chi dovrà rappresentarlo in Parlamento. Se un candidato è stimato, competente e radicato sul territorio, non dovrebbe avere alcun timore di sottoporsi al giudizio degli elettori. Se invece teme il voto di preferenza, forse il problema non è il sistema elettorale.

Molti degli attuali deputati e senatori siedono in Parlamento grazie a una designazione dall’alto. È lecito domandarsi quanti di loro riuscirebbero a ottenere lo stesso risultato dovendo conquistare il consenso dei cittadini, uno per uno, con il proprio nome e il proprio lavoro. Per alcuni sarebbe una conferma. Per altri, probabilmente, un salutare bagno di realtà.

Le preferenze non sono la soluzione a tutti i problemi della politica italiana. Ma rappresentano un principio semplice, lasciare che siano i cittadini, e non le segrete stanze dei partiti, a scegliere chi li rappresenta. Se davvero si crede nella sovranità popolare, è difficile immaginare un banco di prova più coerente di questo.