Le immagini arrivate dall’assemblea costituente di Futuro Nazionale, il movimento guidato dal generale Roberto Vannacci, hanno riportato al centro del dibattito politico italiano un lessico e una simbologia che appartengono a una stagione che la Repubblica dovrebbe aver consegnato alla storia. L’utilizzo del termine “camerati”, il richiamo a “Dio, patria e famiglia” e toni che evocano una retorica identitaria e militante non possono essere liquidati come semplici incidenti linguistici.
Più che l’episodio in sé, colpisce il contesto politico nel quale esso si inserisce. Da mesi Vannacci lavora alla costruzione di uno spazio elettorale alla destra di Giorgia Meloni, rivolgendosi a quell’elettorato nazionalista, sovranista e nostalgico che non si riconosce pienamente nella progressiva istituzionalizzazione di Fratelli d’Italia. La sua operazione politica appare chiara, presentarsi come l’interprete più autentico di una destra identitaria che considera il governo troppo prudente e troppo inserito nei meccanismi del potere europeo e internazionale.
In questo quadro, la presidente del Consiglio si trova stretta in una contraddizione. Da un lato deve continuare a rassicurare partner europei, mercati e alleati occidentali; dall’altro non può permettersi di perdere consenso verso chi la accusa implicitamente di aver abbandonato le radici della destra nazionale. È qui che nasce una competizione politica che rischia di trasformarsi in una gara permanente a chi riesce a parlare più efficacemente all’elettorato radicale.
Non si tratta naturalmente di una competizione dichiarata sul fascismo storico, ma di una contesa simbolica che riguarda temi, parole d’ordine e riferimenti culturali. Vannacci punta apertamente su identità nazionale, immigrazione, sicurezza, famiglia tradizionale e critica del politicamente corretto. Meloni, pur mantenendo un profilo istituzionale, continua a utilizzare molti degli stessi riferimenti valoriali, consapevole che una parte significativa del suo consenso proviene da quell’area culturale.
La situazione è resa ancora più delicata dalle difficoltà della Lega. Il partito di Matteo Salvini registra da tempo una progressiva erosione di consensi e osserva con crescente preoccupazione l’ascesa politica del generale. Ogni voto che Vannacci conquista proviene in larga misura dall’elettorato tradizionale del centrodestra, e in particolare da quello leghista. Per questo motivo il nuovo soggetto politico rappresenta una minaccia soprattutto per Salvini, ma indirettamente anche per Meloni.
In tale scenario non può essere esclusa l’ipotesi che si ragioni, almeno sul piano politico, su una possibile anticipazione della legislatura. Utilizzando il condizionale, si potrebbe osservare che elezioni anticipate consentirebbero a Fratelli d’Italia e alla Lega di capitalizzare il consenso ancora esistente prima che la crescita di Vannacci produca effetti più consistenti. Una scelta che potrebbe limitare le perdite future e congelare gli attuali rapporti di forza nel centrodestra.
Resta tuttavia una domanda di fondo, quanto può spingersi una democrazia matura nella rincorsa alle pulsioni più radicali del proprio elettorato senza impoverire il confronto pubblico? La competizione tra Meloni e Vannacci non riguarda soltanto il destino della destra italiana. Riguarda anche la qualità della cultura politica che accompagnerà il Paese verso le prossime sfide elettorali.
