La lezione svizzera all’estrema destra

Fallisce il tentativo di trasformare l'immigrazione nel capro espiatorio di ogni problema sociale ed economico del Paese

La bandiera svizzera sventola sullo sfondo delle Alpi

La Svizzera ha respinto. Con quasi il 55% dei voti contrari, gli elettori hanno bocciato l’iniziativa promossa dal Partito Popolare Svizzero (SVP), forza nazional-conservatrice che da anni costruisce il proprio consenso alimentando timori sull’immigrazione e sulla crescita demografica. Il risultato non è soltanto una sconfitta referendaria, è una chiara presa di distanza da una visione politica che trasforma l’ansia sociale in chiusura identitaria.

La proposta appariva semplice nella sua formulazione, limitare la popolazione svizzera a 10 milioni di abitanti entro il 2050. Dietro questa apparente semplicità, però, si nascondeva un progetto radicale. Per raggiungere l’obiettivo sarebbe stato necessario restringere il ricongiungimento familiare, limitare l’accoglienza dei richiedenti asilo e ridurre l’accesso ai permessi di soggiorno. Non solo. Se la soglia fosse stata superata, la Confederazione avrebbe dovuto mettere in discussione l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione Europea, compromettendo uno dei pilastri della prosperità economica svizzera.

L’estrema destra ha tentato di presentare la crescita della popolazione come la causa principale dei problemi del Paese, carenza di alloggi, pressione sulle infrastrutture, aumento dei costi sociali. Una narrativa efficace sul piano emotivo ma debole sul piano dei fatti. La stessa Svizzera che ha visto crescere la propria popolazione del 23% negli ultimi due decenni ha registrato nello stesso periodo una crescita economica comparabile. L’immigrazione non è stata soltanto una sfida da gestire; è stata anche una componente essenziale dello sviluppo del Paese.

Gli elettori hanno dimostrato maggiore pragmatismo dei promotori dell’iniziativa. Hanno compreso che una nazione moderna e fortemente integrata nell’economia europea non può permettersi di sacrificare il proprio futuro sull’altare del sovranismo demografico. Hanno valutato i rischi per il mercato del lavoro, per il sistema sanitario e per le relazioni con Bruxelles. In un contesto internazionale segnato da instabilità geopolitica e tensioni economiche, la scelta di chiudersi sarebbe apparsa non come un atto di forza, ma come un gesto di autolesionismo.

Il voto svizzero rappresenta anche un segnale politico più ampio per l’Europa. Ovunque l’estrema destra avanza proponendo ricette semplici a problemi complessi, indicando nello straniero il responsabile di ogni difficoltà. Ma quando queste proposte vengono sottoposte alla prova concreta delle conseguenze economiche e sociali, emergono le loro contraddizioni. La paura può essere uno strumento efficace per conquistare consenso, molto meno per governare una società avanzata.

La democrazia diretta svizzera ha offerto ai cittadini la possibilità di pronunciarsi su una delle proposte più radicali mai avanzate in materia di popolazione. La risposta è stata netta, i problemi reali esistono, ma non si risolvono costruendo muri normativi contro persone che lavorano, contribuiscono all’economia e partecipano alla vita del Paese.

La Svizzera non ha votato per l’immigrazione senza regole. Ha votato contro una politica della paura. Ed è una distinzione che molti, in Europa, farebbero bene a ricordare.