Roberto Vannacci ama presentarsi come l’uomo che dice ciò che gli altri non osano dire. E, a giudicare dai numeri che rivendica per Futuro Nazionale, una parte dell’elettorato sembra apprezzare il messaggio. Ottantamila iscritti in pochi mesi sono un risultato che merita attenzione, soprattutto in una fase storica in cui i partiti tradizionali faticano persino a mantenere il proprio radicamento territoriale.
Ma dietro la crescita del movimento del generale emerge una domanda più interessante, chi sta davvero salendo a bordo di questa nuova avventura politica?
Osservando i nomi che arrivano da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, si nota un elemento ricorrente. Molti dei nuovi adepti non sembrano appartenere alla categoria dei dirigenti indispensabili o delle figure politiche emergenti. Più spesso si tratta di parlamentari che, con ogni probabilità, avrebbero avuto poche possibilità di essere ricandidati dai rispettivi partiti. Non esattamente la prima scelta del mercato politico.
L’esempio più emblematico è quello di Emanuele Pozzolo, ex deputato di Fratelli d’Italia, diventato noto più per le cronache giudiziarie che per l’attività parlamentare. Tra lo sparo di Capodanno e il recente episodio di guida con un tasso alcolemico ben oltre i limiti consentiti, il suo curriculum politico rischia di essere ricordato più nelle pagine della cronaca che negli atti parlamentari.
Viene allora spontanea una riflessione. Più che un movimento rivoluzionario, Futuro Nazionale assomiglia talvolta a una legione in fase di reclutamento. E il generale Vannacci, da militare quale è, sembra impegnato a rimpolpare la propria truppa raccogliendo chi è rimasto ai margini degli eserciti politici tradizionali.
Naturalmente ogni partito è libero di scegliere i propri rappresentanti. Ma sarebbe difficile sostenere che questa migrazione di parlamentari rappresenti l’arrivo delle migliori energie della politica italiana. Piuttosto sembra il riflesso di un fenomeno antico, quando una nuova sigla appare in crescita, molti professionisti della politica vi vedono un’ultima occasione per prolungare la propria carriera.
Quanto ai contenuti, l’offerta non appare particolarmente innovativa. Le promesse sono quelle che gli elettori sentono da decenni, meno tasse, più sicurezza, più sovranità nazionale, meno burocrazia. Il tutto condito con una dose aggiuntiva di polemiche contro immigrati, minoranze sessuali e istituzioni europee. Un menù già visto molte volte, semplicemente servito con toni più aggressivi.
Il paradosso è che Vannacci costruisce il proprio consenso denunciando una destra che, a suo dire, avrebbe tradito sé stessa. Eppure molti dei suoi nuovi compagni di viaggio provengono proprio da quella destra che oggi viene descritta come debole, moderata o addirittura compromessa.
Forse è questo l’aspetto più curioso dell’operazione. Il generale promette una rivoluzione, ma spesso arruola veterani della politica in cerca di una nuova uniforme. E quando una rivoluzione comincia con il recupero dei reduci scartati dagli altri eserciti, qualche dubbio sulla qualità della truppa è quantomeno legittimo.
Perché una comunità politica è fatta di idee, credibilità e classe dirigente. Non basta schierare più soldati per vincere una battaglia. Soprattutto se molti di loro hanno già perso le precedenti.
