Israele e l’impunità senza confini

Dall’abbordaggio in acque internazionali alle accuse contro gli attivisti: una vicenda che interroga la comunità internazionale

L'attivista brasiliano Thiago Avila e l'attivista spagnolo Saif Abu Keshek in tribunale ad Ashkelon

L’abbordaggio della flottiglia Sumud da parte della marina israeliana, avvenuto in acque internazionali al largo della Grecia, rappresenta un ulteriore salto di qualità nella politica dell’impunità che Tel Aviv esercita ormai da anni nel Mediterraneo orientale. Non si tratta soltanto di fermare una nave diretta verso Gaza, si tratta di affermare che Israele si ritiene autorizzato ad agire ovunque, contro chiunque, senza alcun reale rispetto del diritto internazionale.

Gli attivisti della Global Sumud Flotilla non erano terroristi, né trafficanti d’armi. Erano cittadini europei, sudamericani e mediorientali che cercavano di portare aiuti umanitari a una popolazione stremata da una guerra devastante. Eppure sono stati trattati come criminali. Le testimonianze parlano di pestaggi, privazione di cibo e acqua, utilizzo di proiettili veri e di gomma, distruzione delle apparecchiature di bordo, interrogatori e pestaggi. Accuse gravissime che meritano un’inchiesta internazionale indipendente.

Il caso di Saif Abu Keshek e Thiago Ávila è emblematico. Dopo l’abbordaggio, i due attivisti sono stati separati dagli altri, trasferiti in Israele, detenuti e accusati persino di terrorismo. Un’accusa assurda e politicamente conveniente, utilizzata per delegittimare chiunque osi rompere il silenzio sulla tragedia di Gaza. Solo dopo giorni di pressioni internazionali da parte di Spagna, Brasile e Nazioni Unite, Israele ha proceduto alla deportazione e al rilascio.

Resta però la domanda fondamentale, con quale diritto uno Stato può intercettare imbarcazioni civili in acque internazionali, sequestrare cittadini stranieri e trasferirli con la forza sul proprio territorio? Se un altro Paese avesse fatto lo stesso contro cittadini occidentali, si parlerebbe apertamente di pirateria di Stato. Ma quando si tratta di Israele, gran parte delle cancellerie occidentali preferisce abbassare lo sguardo. In Italia vengono anche derisi da alte cariche dello stato.

La vicenda dimostra anche un’altra verità scomoda, Gaza non è soltanto assediata militarmente, ma anche mediaticamente e diplomaticamente. Chi prova a mantenere viva l’attenzione internazionale sulla Palestina viene intimidito, criminalizzato o ridotto al silenzio. Le flottiglie umanitarie nascono proprio da questo vuoto morale della comunità internazionale, incapace di fermare una punizione collettiva che colpisce oltre due milioni di civili.

Israele continua a giustificare ogni azione in nome della sicurezza. Ma la sicurezza non può diventare il lasciapassare per violare sistematicamente il diritto internazionale, ignorare le convenzioni marittime e trattare cittadini stranieri come ostaggi politici. La lotta al terrorismo non può essere usata come etichetta universale per colpire medici, volontari, giornalisti e attivisti umanitari.

Il rilascio di Abu Keshek e Ávila chiude formalmente questa vicenda, ma ne apre una ben più grave sul piano politico e morale. Perché se il Mediterraneo diventa uno spazio in cui uno Stato può agire militarmente senza limiti, allora il problema non riguarda più soltanto Gaza o la Palestina, riguarda il principio stesso di legalità internazionale.

E il silenzio dell’Europa, ancora una volta, pesa quasi quanto l’azione israeliana stessa.