Meloni cambia rotta

La sospensione dell’accordo con Israele arriva dopo mesi di tensioni e segnali ignorati

Giorgia Meloni

La decisione di Giorgia Meloni di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele segna un passaggio politico tutt’altro che marginale. Non si tratta soltanto di una scelta tecnica o contingente, legata alla drammatica evoluzione della crisi in Medio Oriente, ma di un segnale più profondo, un lento ma evidente riposizionamento dell’Italia rispetto ad alcuni dei suoi alleati storici.

Per anni, la linea del governo è stata improntata a una fedeltà quasi incondizionata verso Tel Aviv e a una sintonia politica con il blocco conservatore internazionale, incarnato da figure come Viktor Orbán e Donald Trump. Una postura che si inseriva in una precisa visione del mondo, sovranismo, sicurezza, e una certa diffidenza verso il multilateralismo europeo.

Oggi, tuttavia, qualcosa sembra incrinarsi.

La sospensione dell’accordo con Israele arriva dopo settimane di tensioni diplomatiche, proteste e prese di posizione sempre più difficili da ignorare. Ma sarebbe ingenuo pensare che sia solo il contesto internazionale a guidare questa scelta. Il quadro politico interno ed esterno è cambiato, e la Presidente del Consiglio sembra averne preso atto.

La recente sconfitta referendaria ha rappresentato un primo campanello d’allarme, un segnale di distanza tra il governo e una parte significativa del Paese. A ciò si aggiunge il declino politico di Orbán, da sempre considerato un punto di riferimento ideologico, e le crescenti difficoltà delle destre europee nel mantenere una linea compatta e vincente.

Ancora più significativo è stato l’episodio degli attacchi verbali di Trump contro Papa Leone XIV. In un Paese come l’Italia, dove il ruolo del pontefice ha ancora un peso simbolico e culturale rilevante, quelle parole hanno rappresentato una linea rossa. La presa di distanza di Meloni, netta e pubblica, è apparsa come un tentativo di marcare una differenza, di evitare che l’Italia venga trascinata in una spirale di radicalizzazione politica e culturale.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: cosa doveva accadere ancora perché questo smarcamento diventasse evidente?

Per mesi, se non anni, l’Italia ha seguito una linea di politica estera rigidamente allineata, spesso sacrificando margini di autonomia e capacità di mediazione. Oggi, di fronte a un mondo più instabile e a un’opinione pubblica più critica, quella stessa linea appare meno sostenibile.

La scelta sul memorandum con Israele, dunque, può essere letta come un primo passo verso una politica estera più prudente, forse più europea, certamente più attenta agli equilibri interni. Non è ancora una svolta compiuta, ma è un segnale.

Resta da capire se si tratti di un cambiamento strategico o di un adattamento tattico. Se Meloni intenda davvero ridefinire il ruolo dell’Italia nello scenario internazionale, oppure se stia semplicemente cercando di guadagnare tempo in un contesto sempre più complesso.

In ogni caso, una cosa è chiara, il vento è cambiato. E ignorarlo, oggi, non è più un’opzione.