Il paradosso di Salvini

La legge che oggi vuole cambiare è la stessa che sette anni fa rivendicava come una svolta per la sicurezza degli italiani

Matteo Salvini

La politica dovrebbe avere almeno una virtù: la memoria. E invece sembra averla smarrita proprio sul terreno della legittima difesa. Oggi Matteo Salvini chiede di allargare ancora le maglie della norma, sostenendo che la legge vigente non sia sufficiente. Ma quella legge porta la sua firma. Fu infatti il governo da lui guidato al Viminale, nel 2019, a varare una riforma presentata come decisiva per tutelare cittadini e commercianti vittime di rapine.

Se allora quella riforma veniva descritta come la soluzione, perché oggi non basta più? La risposta sembra essere più politica che giuridica.

Il caso del gioielliere Mario Roggero è diventato il nuovo terreno di una competizione tutta interna al centrodestra. Salvini si reca in carcere quasi quotidianamente, promuove petizioni, annuncia nuove proposte di legge e trasforma una vicenda giudiziaria complessa in una bandiera politica. Fratelli d’Italia segue la stessa strada, alimentando una narrazione che punta soprattutto a parlare alla pancia dell’elettorato. Vannacci segue a ruota per rimarcare la vera destra. È difficile non vedere, dietro tanta insistenza, anche il profilo delle prossime elezioni.

La proposta leghista, tuttavia, va ben oltre la solidarietà verso un uomo condannato. Prevede che chi reagisce a un’aggressione armata nel proprio domicilio o nel proprio esercizio commerciale non sia punibile praticamente in alcun caso, prescindendo dalla proporzione tra offesa e difesa e persino dalla permanenza del pericolo. È un principio che rischia di trasformare la legittima difesa in una licenza generalizzata all’uso della forza.

Uno Stato di diritto non può permettersi simili scorciatoie. Difendere chi subisce una rapina è doveroso. Ma altrettanto doveroso è impedire che la giustizia venga sostituita dalla vendetta o che ogni cittadino diventi giudice ed esecutore della pena. Il confine è sottile, ma è proprio su quel confine che si misura la solidità delle istituzioni.

Non è un caso che, questa volta, anche Forza Italia abbia scelto di frenare. Enrico Costa ha invitato a evitare “fughe in avanti”, ricordando che le leggi non si scrivono sull’onda dell’emozione suscitata da un singolo fatto di cronaca. È una posizione prudente, forse meno redditizia sul piano elettorale, ma certamente più coerente con l’idea di uno Stato che non rincorre gli umori del momento.

Il paradosso è evidente. Chi nel 2019 rivendicava di aver finalmente risolto il problema della legittima difesa oggi sostiene che quella stessa riforma sia insufficiente. Non perché sia cambiata la realtà, ma perché è cambiata la convenienza politica.

La paura è un sentimento legittimo e comprensibile. Trasformarla nel principale motore della legislazione, invece, è un’altra cosa. Le democrazie mature non si costruiscono promettendo un Far West nel quale ciascuno possa farsi giustizia da sé. Si rafforzano garantendo sicurezza, certo, ma senza sacrificare il principio fondamentale secondo cui il monopolio della forza appartiene allo Stato e non al singolo cittadino.