Il gentiluomo canadese e il vicino ingombrante

Carney guarda all’Europa mentre Trump risponde con la minaccia dei dazi. Canada e UE preparano un’alleanza che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’Occidente

Mark Carney - Ursula Von der Leyen

C’è voluto un canadese per ricordare all’Europa che, qualche volta, essere corteggiati è più piacevole che essere minacciati.

Mark Carney è arrivato a Strasburgo senza fanfare imperiali, senza mappe da ridisegnare e soprattutto senza pretendere che qualcuno gli consegnasse le chiavi di casa. Il Canada, ha spiegato, non vuole entrare nell’Unione europea. Vuole qualcosa di più originale, costruire con essa un’alleanza abbastanza stretta da consentire alle due sponde dell’Atlantico di dipendere un po’ meno dagli umori dei potenti.

Ursula von der Leyen gli ha spalancato la porta proponendo per Ottawa uno status che oggi nemmeno esiste nei trattati, quello di primo “membro associato” dell’Unione.

Non è ancora un matrimonio. Ma il fidanzamento è ormai ufficiale.

Dietro le dichiarazioni sui valori comuni c’è, naturalmente, qualcosa di assai più concreto. CETA, difesa, minerali critici, energia, batterie, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, sicurezza economica e Artico. Il commercio di beni fra UE e Canada, ha ricordato von der Leyen, è cresciuto del 75% dall’entrata in applicazione provvisoria del CETA. Bruxelles vuole ora passare da quell’accordo a una vera “Alliance for the Future”.

Poi c’è l’elefante nella stanza. Ed è americano.

Donald Trump ha definito “ridicola” l’ipotesi dell’associazione canadese all’UE e ha ventilato nuovi dazi europei. Carney, senza quasi mai concedergli il privilegio del nome, gli ha risposto parlando di coercizione economica e della necessità che le democrazie possano scegliere liberamente i propri partner.

Qui sta il punto politico.

Il premier canadese non propone di sostituire una dipendenza con un’altra, né di costruire un nuovo impero occidentale con accento più educato. Dice anzi che Canada ed Europa non dovrebbero diventare un’altra grande potenza rivale, semplicemente “con migliori maniere”. La parola che preferisce è resilienza, diversificare abbastanza da impedire a qualunque partner dominante di trasformare commercio, energia o tecnologia in un guinzaglio.

È una differenza di metodo prima ancora che di politica.

Da una parte c’è una diplomazia che considera il dazio anche uno strumento di pressione geopolitica, dall’altra il tentativo canadese ed europeo di costruire interdipendenze alternative. Entrambi perseguono interessi nazionali o continentali. Cambiano gli strumenti.

Ed è proprio per questo che la foglia d’acero apparsa a Strasburgo conta più della curiosità istituzionale del “membro associato”.

Carney non sta chiedendo al Canada di diventare europeo. Sta chiedendo a Europa e Canada di diventare meno vulnerabili.

In un’epoca nella quale gli alleati tornano a guardarsi anche il portafoglio prima di stringersi la mano, potrebbe essere questa la vera novità, scoprire che l’indipendenza non consiste nel restare soli.

Consiste nell’avere abbastanza amici da poter dire di no anche al più grosso.