BRICS: il resto del mondo presenta il conto

L’Occidente continua a chiamarli “emergenti”. Peccato che rappresentino ormai una parte gigantesca dell’umanità e dell’economia mondiale

Il Primo Ministro indiano Narendra Modi, al centro con il Presidente russo Vladimir Putin, a sinistra, e il Presidente cinese Xi Jinping durante il vertice BRICS a Nuova Delhi, India, sabato 12 settembre 2026.

A Nuova Delhi, il vertice dei BRICS offre l’ennesima dimostrazione che la geografia del potere sta cambiando. Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica e gli altri membri del gruppo non costituiscono una compagnia di amici. Hanno interessi diversi, rivalità antiche e, qualche volta, diffidenze profonde. Ma proprio qui sta il punto, riescono a sedersi allo stesso tavolo senza pretendere di pensarla tutti allo stesso modo.

Sul Medio Oriente le divergenze sono evidenti. Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non guardano alla crisi con gli stessi occhi. Eppure, dopo il mancato accordo dei ministri degli Esteri di maggio, a Nuova Delhi i leader hanno trovato le parole per una dichiarazione comune: moderazione, rispetto del diritto internazionale, protezione delle infrastrutture civili e delle installazioni nucleari sottoposte alle garanzie dell’AIEA.

Può sembrare poco. Nella diplomazia contemporanea, dove spesso si riesce a litigare perfino sulla posizione di una virgola, non lo è.

L’India di Narendra Modi ha lavorato perché quella dichiarazione arrivasse. Xi Jinping sostiene che l’allargamento della guerra non serve agli interessi della comunità internazionale. Vladimir Putin insiste sul fatto che i BRICS non siano un’alleanza “contro” qualcuno. L’Iran chiede invece di accelerare l’utilizzo delle valute nazionali negli scambi.

Posizioni differenti, dunque. Ma una direzione comune emerge, costruire un sistema internazionale nel quale Washington e le capitali europee non possiedano più il monopolio delle regole, della finanza e, soprattutto, della definizione di ciò che sia politicamente legittimo.

È questo che in Occidente si fatica ancora ad ammettere.

I BRICS non sono un club esotico riunito per disturbare il G7. Dietro quelle sigle ci sono miliardi di persone, giganteschi mercati, materie prime, energia, capacità industriale, tecnologia e una quota enorme dell’economia mondiale. Cina e India da sole renderebbero ridicolo qualsiasi tentativo di considerare il gruppo marginale.

Naturalmente i BRICS hanno contraddizioni. Ma quale organizzazione internazionale non ne ha? L’Europa discute da decenni della propria autonomia strategica continuando spesso ad affidare agli Stati Uniti una parte decisiva della propria sicurezza. I BRICS, almeno, non nascondono la propria eterogeneità dietro formule solenni.

Il loro vero collante è più semplice, la convinzione che il mondo uscito dal 1945 non possa governare indefinitamente quello del XXI secolo.

Da qui la richiesta di maggiore rappresentanza nelle istituzioni internazionali, l’interesse per pagamenti in valute nazionali, la ricerca di strumenti finanziari alternativi e la difesa delle catene commerciali ed energetiche dalle tempeste geopolitiche.

Chiamarla “guerra al dollaro” è una semplificazione buona per i titoli. È piuttosto un’assicurazione contro il rischio di dipendere da un solo centro finanziario e politico.

L’Occidente farebbe quindi bene a commettere un gesto rivoluzionario, guardare la carta geografica.

Scoprirebbe che il mondo non finisce a Bruxelles, Londra o Washington.

E che mentre noi discutiamo se i BRICS siano abbastanza uniti per contare, loro hanno già cominciato a contare proprio perché rappresentano quella parte enorme del pianeta che non vuole più chiedere il permesso per farlo.