Giorgia Meloni ha scoperto il pallottoliere. Non per fare i conti con la sanità, gli stipendi o il costo della vita, naturalmente. Quelli sono calcoli antipatici, sui quali si rischia perfino di dover dare spiegazioni. Il pallottoliere serve invece a contare gli stranieri nelle classi.
Uno, due, tre. Poi basta.
Dal palco di Fenix la premier annuncia una legge sul numero massimo di studenti stranieri per classe, gli italiani, dice, non possono sentirsi minoranza. Il problema dell’integrazione esiste davvero. Nelle scuole italiane gli studenti senza cittadinanza italiana sono circa 930 mila, l’11,6 per cento, con concentrazioni territoriali molto diverse. E i presidi stessi riconoscono il problema didattico, osservando però che un tetto rigido è difficilmente applicabile quando una scuola deve accogliere i bambini del quartiere.
Ma la pedagogia è materia ingrata. Richiede insegnanti, mediatori linguistici, corsi d’italiano, soldi e pazienza.
La propaganda costa meno.
Così il bambino che non conosce l’italiano diventa semplicemente “lo straniero”. Poco importa se è nato a Brescia, parla con accento lombardo e corregge i congiuntivi dei compagni. Sul pallottoliere ministeriale una pallina vale l’altra.
Poi arriva il burqa.
Meloni annuncia il divieto a scuola di burqa e niqab: “A scuola si va a viso scoperto”. Tema serio, sul quale si potrebbe discutere di identificazione, libertà religiosa, dignità femminile e sicurezza. Ma siamo a un comizio, dunque basta domandare: “Siete d’accordo?”.
La platea di Gioventù nazionale, sorprendentemente, è d’accordo.
È un po’ come chiedere alla curva sud se preferisce che vinca la squadra di casa.
A cento chilometri c’è intanto Roberto Vannacci. Meloni non lo nomina. Non serve. Quando alla propria destra compare qualcuno che promette una destra ancora più destra, si può ignorarlo oppure rincorrerlo. La premier sembra aver escogitato una soluzione più elegante, rincorrerlo sostenendo di andare da un’altra parte.
Sistemati gli stranieri, tocca a Elly Schlein.
“Elly cara”, la apostrofa contestandole i tagli all’università e rivendicando l’aumento nominale del fondo universitario. Schlein replica parlando di inflazione e peso della spesa sul Pil.
Qui potrebbe cominciare una discussione interessante.
Ma sarebbe terribilmente noiosa.
Meglio “Elly cara”. Meglio “bollo ciao”. Meglio la battuta, il coretto, l’applauso.
È il piccolo prodigio della Meloni di governo, dopo quattro anni a Palazzo Chigi continua a parlare come se dovesse ancora conquistarlo. Governa, ma comunica da oppositrice. Amministra lo Stato, ma cerca continuamente qualcuno contro cui guidare la rivolta.
Prima gli stranieri. Poi il Sessantotto. Poi Schlein. Poi Conte. Sullo sfondo Vannacci.
Il potere normalmente costringe alla prosa, bilanci, risultati, compromessi, responsabilità. Meloni tenta invece di conservarne la poesia da comizio.
E la poesia, si sa, ha un vantaggio formidabile sui conti.
Non deve tornare.
Resta la scuola.
Un bambino che non conosce l’italiano deve impararlo. Un insegnante in difficoltà deve essere aiutato. Una famiglia immigrata deve rispettare le regole del Paese che la accoglie.
Tutto ragionevole.
Ma quando un governo comincia a contare i bambini prima di spiegare come intende istruirli, conviene tenere d’occhio il pallottoliere.
Perché mentre tutti guardano chi viene contato, qualcuno potrebbe dimenticarsi di contare i problemi rimasti sul banco.
