Gli esecutori sono stati arrestati. Ora tocca ai mandanti

Gli arresti segnano una svolta, ma la partita non è chiusa: il Paese ha diritto di conoscere chi c'è dietro quell'attentato

Sigfrido Ranucci

L’arresto dei presunti esecutori dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci rappresenta un risultato investigativo di grande rilievo. Le accuse sono pesanti, un’azione pianificata, aggravata dal metodo mafioso, eseguita su commissione e, secondo gli inquirenti, dietro compenso economico.

È un primo passo importante. Ma non può essere considerato il punto di arrivo.

Le stesse indagini descrivono infatti uno scenario ben più ampio, persone che avrebbero finanziato l’operazione, fornito schede telefoniche dedicate, assistenza legale, pianificato eventuali fughe all’estero e cercato di ostacolare il lavoro degli investigatori distruggendo prove e concordando versioni di comodo. Tutti elementi che fanno pensare a una struttura organizzata, nella quale gli esecutori rappresentano soltanto l’ultimo anello della catena.

Per questo motivo la parte più delicata dell’inchiesta potrebbe essere quella che deve ancora cominciare davvero, individuare chi quell’attentato lo ha deciso, ordinato e finanziato.

In uno Stato di diritto non basta arrestare chi materialmente colloca un ordigno. È indispensabile arrivare a chi impartisce gli ordini. Perché sono i mandanti a rappresentare il vero pericolo per la democrazia, se restano nell’ombra, possono continuare a colpire, intimidire e condizionare.

L’attentato contro un giornalista non è soltanto un’aggressione a una persona. È un attacco al diritto dei cittadini di essere informati. Colpire chi svolge attività d’inchiesta significa tentare di sostituire il confronto democratico con la paura, il silenzio e l’intimidazione.

La libertà di stampa non appartiene ai giornalisti. Appartiene ai cittadini. È uno dei pilastri di ogni democrazia liberale e non può essere difesa a corrente alternata, a seconda delle simpatie politiche o delle idee di chi viene colpito. Chi oggi esulta per l’arresto degli esecutori deve pretendere con la stessa determinazione che venga fatta piena luce anche sui livelli superiori dell’organizzazione.

Le indagini hanno già dimostrato professionalità, pazienza e capacità investigativa. L’incrocio dei tabulati telefonici, delle immagini di videosorveglianza, delle analisi tecniche sull’esplosivo e degli accertamenti scientifici ha consentito di ricostruire un mosaico estremamente complesso. Ora quello stesso rigore dovrà accompagnare la ricerca dei mandanti.

Sarebbe un errore accontentarsi di una verità parziale.

La giustizia sarà davvero completa soltanto quando, accanto agli esecutori materiali, saranno identificati e chiamati a rispondere anche coloro che hanno ideato, commissionato e sostenuto questo attentato.

Perché in una democrazia la libertà di stampa non si intimidisce con una bomba. E chi prova a farlo deve sapere che lo Stato ha il dovere di arrivare fino in fondo, senza fermarsi ai manovali del crimine ma individuando anche chi, nell’ombra, ha creduto di poter mettere a tacere una voce libera.