C’è un momento preciso in cui si capisce che Bologna Play non è semplicemente una fiera del gioco. Non è davanti ai grandi stand delle case editrici, né osservando le file ordinate di appassionati che aspettano di provare una novità. Succede quando si alza lo sguardo e ci si accorge che, dentro quei padiglioni, convivono studenti in gita scolastica, famiglie, veterani del gioco di ruolo o da tavolo, curiosi alla prima esperienza e persone che, forse, non avrebbero mai pensato di passare un’intera giornata sedute attorno a un tavolo a immaginare mondi inesistenti o a discutere strategie per conquistare un regno di cartone. Per chi ha partecipato per la prima volta assoluta a Play, la sensazione iniziale è quasi straniante. Per anni il gioco da tavolo e il gioco di ruolo sono stati raccontati come mondi di nicchia, spesso confinati in una rappresentazione stereotipata fatta di hobby specialistici o passioni per pochi. Bologna Play 2026, invece, restituisce un’immagine completamente diversa: quella di un fenomeno ormai profondamente culturale, sociale e persino educativo.
I numeri della Play 2026
La diciassettesima edizione del Festival del Gioco, ospitata per il secondo anno consecutivo nella sua nuova casa bolognese, conferma numeri che raccontano molto più di una semplice crescita statistica. Oltre 35mila visitatori unici, un incremento del 2,95% rispetto all’edizione precedente, 43mila metri quadrati coperti, quattro padiglioni completamente sold out e più di 3.000 tavoli di gioco gratuiti: cifre che bastano da sole a raccontare la dimensione di un evento ormai centrale nel panorama italiano e internazionale. La vera impressione, camminando tra i tavoli, è che il gioco abbia finalmente smesso di chiedere legittimazione culturale. Non deve più spiegarsi. Non deve più giustificarsi. È lì, presente, vissuto, attraversato da migliaia di persone diverse che lo abitano con linguaggi differenti.
Ci sono gruppi di amici intenti in campagne di ruolo che sembrano piccoli laboratori di narrazione collettiva. Ci sono giochi cooperativi in cui sconosciuti finiscono per collaborare come se si conoscessero da anni. Ci sono editori indipendenti che raccontano mondi con la stessa cura con cui uno scrittore costruisce un romanzo. E soprattutto c’è qualcosa che oggi appare sempre più raro: il tempo condiviso. In un presente dominato da algoritmi, contenuti brevi e attenzione frammentata, Play sembra quasi andare controcorrente ed essere anacroniscito. Sedersi attorno a un tavolo significa rallentare, negoziare regole, ascoltare, sbagliare, perdere, immaginare insieme. In fondo il gioco, qui, diventa quasi un atto di resistenza alla velocità del contemporaneo.
LA Play perché dedicata alle donne
L’edizione 2026 ha scelto inoltre di assumere un’identità precisa, fortemente simbolica e politica nel senso più alto del termine. In occasione degli 80 anni del diritto di voto alle donne in Italia nasce infatti l’hashtag #LaPLAY, manifesto di una manifestazione che ha voluto mettere al centro autrici, innovatrici e game designer che stanno contribuendo in maniera decisiva all’evoluzione dell’industria ludica mondiale. Tema confermato anche dall’ospite speciale Tory Brown, la game designer di Votes for Women, che è stata presente alla fiera. Un messaggio importante in un settore che per molto tempo è stato percepito come prevalentemente maschile, ma che oggi mostra un volto molto più inclusivo e trasversale. Non si tratta solo di rappresentanza, ma di immaginari diversi, sensibilità nuove e modi differenti di costruire storie, relazioni e dinamiche di gioco.

L’inclusione con le scuole
Ancora più significativo è forse il rapporto ormai consolidato tra Play e il mondo della scuola. Oltre 1.700 studenti e 210 insegnanti hanno preso parte alle attività del festival, arrivando non soltanto da Bologna e dall’Emilia-Romagna, ma anche da città lontane come Fermo, Campobasso e Benevento. Vere e proprie visite d’istruzione costruite attorno al gioco. Un dato che racconta una trasformazione culturale profonda. Se fino a pochi anni fa il gioco era spesso percepito come distrazione dal sapere, oggi viene sempre più riconosciuto come strumento educativo capace di sviluppare logica, cooperazione, pensiero laterale, capacità narrative e gestione del conflitto. Ed è forse questo uno degli aspetti più sorprendenti emersi da una prima esperienza a Play: capire che il gioco non è soltanto intrattenimento. È linguaggio. È relazione. È persino educazione civica.
Tra dadi, miniature, manuali illustrati e tavoli affollati, Bologna Play 2026 restituisce infatti la fotografia di un Paese che sembra aver finalmente compreso qualcosa che altrove era già evidente da tempo: giocare non significa evadere dalla realtà, ma imparare a leggerla in modo diverso. Forse è proprio questo il segreto della crescita continua del festival. Non soltanto la qualità delle produzioni, il fascino delle novità o la passione di una comunità consolidata. Ma la capacità di far sentire chiunque, anche un esordiente assoluto, parte di qualcosa di condiviso. E uscendo dai padiglioni resta quasi una sensazione inattesa: quella di aver visitato molto più di una fiera. Piuttosto un luogo in cui il gioco smette di essere un passatempo e torna a essere qualcosa che, in fondo, abbiamo sempre fatto per capire meglio noi stessi e il mondo intorno.
