L’insediamento di Katie Zacharia come nuova portavoce della Casa Bianca si sta trasformando, ora dopo ora, in uno dei casi più imbarazzanti per l’amministrazione guidata da Donald Trump. Assunta per sostituire Karoline Leavitt, dimessasi ad agosto dopo una scia di polemiche per uno stile ritenuto fin troppo propagandistico e poco istituzionale, Zacharia avrebbe dovuto riportare stabilità e incisività nella comunicazione presidenziale. Tuttavia, i primi giorni del suo mandato stanno dimostrando esattamente il contrario, sollevando interrogativi sempre più pressanti su quanto la sua selezione sia stata davvero ponderata ed efficace per il ruolo delicato che è chiamata a ricoprire.
A far vacillare da subito la credibilità della neo-portavoce è un’inchiesta esplosiva condotta dal giornalista Judd Legum e pubblicata sulla sua newsletter Popular Information. Controllando minuziosamente i registri professionali di tutti i 50 Stati americani e del Distretto di Columbia, Legum ha scoperto un fatto sconcertante: Katie Zacharia non risulta iscritta ad alcun albo degli avvocati. Un dettaglio tutt’altro che marginale, dato che Zacharia ha costruito per anni la propria reputazione pubblica presentandosi come un’avvocata di successo, dichiarando di aver svolto consulenze legali per la Banca Mondiale e di aver persino guidato l’ufficio legale di una nota organizzazione non governativa in California.
Il giallo del titolo professionale e le scuse bizzarre
Il castello di carte della sua identità professionale è crollato definitivamente di fronte alle prime incalzanti domande dei cronisti. Alla richiesta di chiarire dove avesse sostenuto e superato l’esame di stato per l’abilitazione alla professione (il Bar Exam), Zacharia ha fornito una spiegazione apparsa immediatamente surreale e priva di fondamento normativo: ha infatti affermato di aver sostenuto l’esame «quando mi sono trasferita in Cina», Paese in cui ha risieduto per un periodo oltre dieci anni fa.
Si tratta tuttavia di un’impossibilità tecnica e giuridica. I cittadini stranieri privi di cittadinanza cinese non possono accedere al concorso di abilitazione locale né esercitare l’avvocatura in Cina; al contempo, nessun sistema giudiziario statunitense permette di sostenere l’esame di stato americano dal territorio cinese. Negli Stati Uniti, esattamente come avviene in Italia, il possesso di una laurea in giurisprudenza non autorizza in alcun modo a definirsi avvocati o a svolgere la libera professione senza aver superato l’abilitazione e senza il tesseramento formale. Anzi, in diversi ordinamenti statali americani, attribuirsi falsamente il titolo di legale costituisce una fattispecie di reato.
Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal tramite una fonte anonima, la realtà sarebbe ben diversa: Zacharia avrebbe effettivamente provato a sostenere l’esame di stato in California nel 2011, subito dopo essersi laureata alla Pepperdine University, venendo però bocciata. In seguito a quella bocciatura si trasferì in Cina, lavorando per lo studio legale Zhong Lun in qualità di consulente legale internazionale, un ruolo del tutto legittimo anche senza abilitazione statunitense, ma che non le attribuiva minimamente il titolo di avvocata. Titolo che la donna ha invece continuato a sfoggiare indebitamente in interviste, podcast e frequentissimi interventi televisivi su Fox News e persino su emittenti non schierate con la destra trumpiana come la CNN.
L’esposto formale e le ombre di un reato minore
La vicenda ha smesso di essere solo un imbarazzante caso mediatico per trasformarsi in una questione con potenziali strascichi giudiziari. L’organizzazione no-profit di vigilanza Campaign for Accountability ha infatti depositato un esposto ufficiale allo State Bar della California, sollecitando un’indagine formale sulle affermazioni pubbliche di Zacharia.
L’esposto fa esplicito riferimento al California Business and Professions Code, la legge statale che stabilisce regole estremamente severe: chiunque si pubblicizzi, si dichiari autorizzato o eserciti la professione legale senza essere un membro attivo dello State Bar è colpevole di un reato minore (misdemeanor), punibile con sanzioni pecuniarie fino a 1.000 dollari, una pena detentiva fino a un anno di reclusione in una prigione della contea, o entrambe le sanzioni.
Di fronte alle pressanti richieste di spiegazioni, l’atteggiamento della Casa Bianca non ha fatto che aumentare la sensazione di un maldestro tentativo di coprire un’assunzione avventata. L’ufficio stampa presidenziale si è limitato a una risposta laconica: «Su Katie, fate affidamento su quanto scritto dal presidente su Truth». Il riferimento è al post pubblicato da Donald Trump il 9 ottobre per annunciarne l’incarico, all’interno del quale la descriveva enfaticamente come «un’avvocata». Ad oggi non è dato sapere se Trump fosse a conoscenza della reale situazione o se sia stato a sua volta tratto in inganno dal curriculum vantato da Zacharia.
Un esordio disastroso: la conferenza stampa più breve della storia
Se l’obiettivo della Casa Bianca era quello di dimostrare che Zacharia fosse comunque la persona ideale per gestire i rapporti con i media, la prova dei fatti ha smentito clamorosamente le attese. Il suo primo incontro ufficiale con la stampa accreditata si è rivelato un vero e proprio disastro comunicativo, finito ben presto sotto le gogna dei social media.
L’intervento è apparso fin da subito privo del vigore e della preparazione necessari. Zacharia ha letto il discorso introduttivo in modo goffo e palesemente insicuro, inciampando in lapsus imbarazzanti. Cercando di sottolineare l’importanza del bilanciamento tra lavoro e affetti familiari, si è persino confusa dicendo: «L’idea di non trascorrere le serate con i miei figli è assolutamente inaccettabile, quindi il mio presidente… ehm, chiedo scusa, mio marito. Questa è bella», scambiando Donald Trump per il proprio consorte di fronte alle risate generali della sala.
A sconcertare maggiormente i reporter è stata però l’incredibile brevità del briefing. Mentre le conferenze stampa della precedente portavoce dura vano normalmente almeno mezz’ora, Zacharia ha tagliato corto dopo meno di 15 minuti, rispondendo ad appena tre domande prima di congedarsi bruscamente. Un corrispettivo della BBC, con quasi quattro anni di esperienza alla Casa Bianca, l’ha definito senza mezzi termini «il briefing più breve al quale abbia mai assistito, e con un margine enorme». Alla chiusura repentina dell’incontro, la sala stampa è esplosa in grida di sorpresa e proteste da parte dei giornalisti. Ciononostante, Trump ha tentato di difenderla pubblicamente dichiarando a caldo: «Penso che sia stata molto brava».
Dai complotti agli attacchi a Trump: un passato digitale che pesa
A rendere la scelta di Katie Zacharia ancora più discutibile e rischiosa per la comunicazione presidenziale è il suo passato sulle piattaforme digitali, portato alla luce da un’inchiesta della CNN. Prima di questo incarico, Zacharia era nota come commentatrice politica di area conservatrice, ex dipendente del Dipartimento di Stato ed ex consulente per la società che gestisce Truth Social, oltre ad aver lavorato per Fix California, la ONG fondata dal discusso diplomatico e fedelissimo trumpiano Richard Grenell.
L’analisi dei suoi profili social rivela tuttavia una personalità incline all’estremismo verbale e alle teorie del complotto. Nel 2022, la nuova portavoce ha più volte lanciato accuse del tutto infondate di pedofilia contro importanti esponenti del Partito Democratico e condiviso teorie cospirative sulla gestione dello scandalo Jeffrey Epstein, arrivando ad accusare il Dipartimento di Giustizia di proteggere i responsabili.
Cosa ancora più imbarazzante per l’attuale amministrazione, in alcuni messaggi poi affrettatamente cancellati, Zacharia non aveva risparmiato attacchi diretti persino alla leadership dello stesso Trump e dei Repubblicani, mettendo in guardia il partito da un imminente “bagno di sangue” elettorale. Un quadro complessivo che trasforma la sua nomina da semplice azzardo comunicativo a potenziale bomba ad orologeria politica nel cuore della Casa Bianca.
