Nemici d’Israele o nemici di Netanyahu?

Il premier israeliano mette sullo stesso cartellone Iran, Hezbollah, Erdogan e il sindaco di New York. Quando i nemici servono a vincere le elezioni, meglio abbondare

Il cartellone elettorale per il primo ministro israeliano Netanyahu a Tel Aviv include il sindaco di New York Zohran Mamdani tra i suoi nemici

A Tel Aviv hanno finalmente risolto uno dei più antichi problemi della politica: spiegare agli elettori chi siano i cattivi. È bastato un cartellone.

Il Likud vi ha sistemato quattro facce, il sindaco di New York Zohran Mamdani, Recep Tayyip Erdogan, l’ayatollah Mojtaba Khamenei e il capo di Hezbollah Naim Qassem. Sopra, o sotto, poco importa, il concetto è elementare: “Vogliono che Netanyahu perda. Non lasciate che vincano”.

La trovata possiede almeno il pregio della semplicità. Quando un governo non riesce più a convincere gli elettori delle proprie virtù, può sempre ricordare loro i vizi dei nemici. E quando i nemici non bastano, li si allarga.

Che Mamdani finisca nello stesso album di famiglia dei dirigenti iraniani e di Hezbollah è naturalmente un’assurdità politica. Ma proprio per questo funziona come propaganda. Mamdani ha accusato Netanyahu di crimini di guerra e ha dichiarato che, se arrivasse a New York, vorrebbe vederlo arrestato in forza del mandato della Corte penale internazionale. È una posizione durissima. Ma tra una dichiarazione di un sindaco americano e i missili di Hezbollah corre una certa differenza, che persino un cartellonista dovrebbe riuscire a scorgere.

Netanyahu, invece, ha bisogno che quella differenza scompaia.

Dopo anni di guerra, Gaza devastata, una società israeliana profondamente divisa e una competizione elettorale difficile, il premier torna alla più antica delle sue specialità, trasformare un’elezione in un referendum sulla paura. Non si vota più tra governo e opposizione. Si vota tra Netanyahu e i nemici d’Israele. E chi desidera che Netanyahu perda rischia, per proprietà transitiva, di diventare nemico d’Israele anch’egli.

È una comoda identificazione tra un uomo e uno Stato. Luigi XIV diceva «lo Stato sono io». Netanyahu, più modernamente, sembra preferire: «Israele sono io, e chi è contro di me faccia attenzione alla fotografia».

Intanto c’è un’altra fotografia che sui manifesti elettorali compare assai meno, quella della Cisgiordania. Lì la violenza dei coloni israeliani contro i palestinesi, comprese aggressioni mortali, incendi, intimidazioni e attacchi alle comunità rurali, accompagna da anni l’espansione degli insediamenti e la progressiva sottrazione ai palestinesi dell’accesso alle loro terre. Non tutti gli israeliani approvano questa politica, naturalmente. Ma proprio per questo sarebbe ingiusto confondere Israele con Netanyahu quanto Netanyahu trova conveniente confondere se stesso con Israele.

Erdogan, dal canto suo, ha accusato Israele di genocidio. Netanyahu ha replicato agli europei con toni sempre più sprezzanti, arrivando a definire la Gran Bretagna una «repubblica islamica». Pare che ormai il premier israeliano disponga di nemici in quantità industriale. Gli restano da trovare gli elettori.

Il cartellone di Tel Aviv, dunque, racconta qualcosa di più di una campagna elettorale. Racconta un potere che, dopo avere lungamente governato attraverso la promessa della sicurezza, chiede di essere giudicato soprattutto sulla paura della propria caduta.

Forse Mamdani, Erdogan, Khamenei e Qassem vogliono davvero che Netanyahu perda. Ma alle elezioni israeliane, almeno per ora, non vota nessuno dei quattro.

Ed è probabilmente questo il particolare che preoccupa Netanyahu di più.