C’è un tema sul quale una parte della sinistra italiana continua a mostrare una sorprendente difficoltà di comprensione: la sicurezza. Non la sicurezza come slogan elettorale, ma quella concreta, quotidiana, che riguarda i cittadini e gli operatori chiamati a proteggerli.
L’ultima dimostrazione arriva dal dibattito sulla dotazione del taser alla Polizia Locale di Milano. Uno strumento ormai adottato in numerose realtà occidentali e considerato da molti esperti una delle alternative meno lesive rispetto all’uso della forza fisica o, nei casi più estremi, delle armi da fuoco. Eppure, ogni volta che si affronta questo argomento, riemergono resistenze ideologiche che sembrano ignorare la realtà operativa delle nostre città.
Chi svolge il servizio di polizia si confronta quotidianamente con soggetti violenti, alterati dall’alcol, dalla droga o affetti da gravi disturbi comportamentali. Pensare che un agente possa affrontare queste situazioni contando esclusivamente sulla propria forza fisica significa vivere in una dimensione distante dalla realtà. Dotare gli operatori di strumenti moderni significa innanzitutto tutelare la loro incolumità, ma anche quella dei cittadini presenti durante un intervento.
La sicurezza non è né di destra né di sinistra. È una funzione fondamentale dello Stato. Eppure una certa cultura politica continua a guardare con sospetto qualsiasi misura che rafforzi la capacità operativa delle forze dell’ordine. Come se fornire strumenti adeguati significasse automaticamente limitare le libertà individuali. È un riflesso ideologico che appartiene a un’altra epoca e che oggi appare sempre più scollegato dalle esigenze reali della società.
Basta osservare ciò che accade nelle principali democrazie occidentali. In molti Paesi europei e nordamericani le forze di polizia dispongono non solo del taser, ma anche di spray al peperoncino professionali ad alta efficacia, dispositivi di protezione avanzati e tecnologie che consentono di gestire situazioni critiche riducendo il rischio per tutti. Nessuno considera queste dotazioni una minaccia alla democrazia. Al contrario, vengono viste come strumenti necessari per garantire interventi più sicuri e proporzionati.
Nel frattempo, però, la percezione di insicurezza cresce. Non soltanto nelle grandi metropoli come Milano, ma anche nei centri medi e nelle realtà provinciali che fino a pochi anni fa sembravano immuni da certi fenomeni. Aggressioni, violenze, episodi di degrado e criminalità diffusa alimentano una domanda di sicurezza che la politica non può liquidare come una semplice suggestione mediatica.
Ignorare questa richiesta significa lasciare spazio alla sfiducia verso le istituzioni. I cittadini hanno il diritto di sentirsi protetti e gli operatori hanno il diritto di lavorare nelle migliori condizioni possibili. Chi indossa una divisa non dovrebbe essere costretto a scegliere tra la propria sicurezza e quella delle persone che è chiamato a difendere.
Forse è arrivato il momento che una parte della sinistra abbandoni vecchi schemi ideologici e affronti il tema con maggiore pragmatismo. Perché garantire strumenti adeguati alle forze dell’ordine non significa rinunciare ai diritti. Significa, più semplicemente, garantire che la legge possa essere applicata in modo efficace, proporzionato e sicuro. E questo dovrebbe essere un obiettivo condiviso da chiunque abbia davvero a cuore la convivenza civile.
