C’è un dettaglio che, più di molti comunicati ufficiali, racconta lo stato attuale del peso politico dell’Italia nello scenario internazionale, l’assenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni nei vertici che stanno definendo la posizione europea sulla guerra in Ucraina e sulle prospettive di pace.
Nella recente riunione di Londra, i leader di Regno Unito, Francia e Germania, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz, si sono confrontati direttamente con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Al termine dell’incontro è emersa una linea comune, sostegno all’Ucraina, rilancio dell’iniziativa diplomatica europea e partecipazione attiva dell’Europa a qualsiasi negoziato tra Kiev e Mosca.
Nella fotografia di quel vertice c’è un’assenza che non passa inosservata: quella dell’Italia.
Eppure il governo Meloni è stato tra i più convinti sostenitori dell’Ucraina sin dall’inizio del conflitto. La presidente del Consiglio ha più volte ribadito la necessità di difendere Kiev dall’aggressione russa, sostenendo con determinazione la linea atlantica e l’impegno italiano a favore della resistenza ucraina. Proprio per questo la sua esclusione dai tavoli più rilevanti appare ancora più significativa.
Per mesi Giorgia Meloni ha coltivato e promosso l’immagine di un’Italia capace di fungere da ponte tra l’Europa e gli Stati Uniti, in particolare attraverso il rapporto privilegiato con Donald Trump. Una strategia che avrebbe dovuto rafforzare il ruolo internazionale del nostro Paese. Oggi, tuttavia, la realtà sembra raccontare una storia diversa, mentre Londra, Parigi e Berlino coordinano le principali iniziative diplomatiche e militari, Roma osserva da una posizione sempre più marginale.
Non si tratta di una semplice questione protocollare. La guerra in Ucraina, la sicurezza europea e l’architettura della futura pace rappresentano temi destinati a incidere profondamente sul futuro del continente. Essere presenti nei luoghi dove queste decisioni vengono elaborate significa poter contribuire a orientarle. Esserne assenti significa rinunciare a una parte della propria influenza.
La sensazione di una progressiva perdita di centralità è stata alimentata anche da altri episodi recenti. Pochi giorni fa, al vertice Unione Europea-Balcani occidentali in Montenegro, Giorgia Meloni non ha partecipato, scegliendo invece di presenziare alla Festa dell’Arma dei Carabinieri a Reggio Calabria. Una decisione certamente legittima sul piano politico, ma che ha inevitabilmente suscitato interrogativi sulle priorità dell’azione di governo in una fase delicata per gli equilibri europei.
La questione non riguarda il prestigio personale della presidente del Consiglio. Riguarda il ruolo dell’Italia. Un Paese fondatore dell’Unione Europea, terza economia dell’eurozona e protagonista storico del progetto europeo non può accontentarsi di assistere agli eventi mentre altri definiscono le strategie comuni.
La fotografia di Londra non è soltanto un’immagine. È un segnale politico. E dovrebbe aprire una riflessione seria sulla capacità dell’Italia di trasformare il proprio sostegno all’Ucraina e la propria fedeltà alle alleanze occidentali in una reale capacità di incidere nei processi decisionali.
Perché in politica estera contano le dichiarazioni. Ma, alla fine, contano soprattutto i tavoli ai quali si è invitati a sedere.
