Immunità fiscale alla Casa Bianca

Trump ottiene uno scudo fiscale permanente per sé, la sua famiglia e le sue aziende: un precedente senza eguali negli Stati Uniti

Donald Trump

Donald Trump non è più soltanto un presidente che interpreta il potere in modo aggressivo. Con l’accordo che, di fatto, blocca in eterno le verifiche fiscali su di lui, sulla sua famiglia e sulle sue aziende, il confine tra leadership democratica e privilegio personale appare ormai drammaticamente assottigliato.

Nelle democrazie moderne esiste un principio elementare, nessuno è al di sopra della legge. Non il cittadino comune, non il miliardario, non il presidente degli Stati Uniti. Ed è proprio questo principio che sembra incrinarsi quando un capo dell’esecutivo ottiene dal proprio governo una protezione fiscale permanente, negoziata con funzionari nominati dalla sua stessa amministrazione.

Non è soltanto una questione tecnica o giuridica. È una questione simbolica e politica. Il fisco rappresenta uno degli strumenti fondamentali attraverso cui lo Stato esercita l’uguaglianza davanti alle regole. Ogni contribuente può essere controllato, ogni dichiarazione può essere verificata. Se invece esiste una figura intoccabile, sottratta per decreto a ogni futura revisione, allora non siamo più davanti a un normale rapporto tra istituzioni e cittadino, ma a una forma di immunità personale che ricorda più le monarchie assolute o le oligarchie contemporanee che una repubblica costituzionale.

La gravità del precedente sta proprio qui. Trump non si limita a contestare le indagini fiscali, come hanno fatto in passato altri leader politici. Ottiene che il governo federale si impegni a non procedere mai più contro di lui per determinate questioni tributarie già emerse. È un salto di qualità enorme, non la difesa dentro il sistema, ma la riscrittura del sistema attorno alla figura del leader.

La storia americana è stata segnata da scandali ben meno radicali. Durante l’era Nixon bastò il sospetto di interferenze politiche sull’IRS (Agenzia delle entrate americana) per provocare indignazione nazionale. Oggi invece si assiste a qualcosa di più esplicito, il potere esecutivo che protegge sé stesso dai controlli dello Stato.

Trump continua a presentarsi come vittima di persecuzioni politiche. Ma qui il punto non è stabilire se le verifiche fiscali fossero giuste o sbagliate. Il punto è che, in una democrazia sana, la risposta a un possibile abuso non può essere l’eliminazione definitiva dei controlli. Altrimenti il principio diventa semplice e pericoloso, chi conquista abbastanza potere può sottrarsi alle regole comuni.

È questo che alimenta il paragone con gli oligarchi moderni o con certi leader personalistici del XXI secolo. Figure che utilizzano le istituzioni non come arbitri imparziali, ma come strumenti di protezione personale e familiare. Il rischio non è soltanto economico; è culturale. Perché quando i cittadini vedono che il potente di turno può negoziare la propria immunità, la fiducia nello Stato di diritto si sgretola lentamente.

Gli Stati Uniti restano una grande democrazia, con contrappesi ancora vivi e una stampa libera capace di denunciare questi episodi. Ma accordi come questo spostano il baricentro del potere verso una concezione sempre più personale e dinastica della politica. E quando il leader ottiene perfino il diritto implicito di non essere più controllato dal fisco, la domanda diventa inevitabile, siamo ancora davanti a un presidente, oppure a un uomo che considera lo Stato una proprietà privata?