Venezia, l’arte nel mirino

Dalla riapertura del padiglione russo all’arrivo degli ispettori, la tensione cresce fino al gesto estremo della giuria. Un episodio che riaccende il dibattito sull’indipendenza delle istituzioni culturali

Padiglione Russo della Biennale di Venezia

La crisi esplosa alla La Biennale di Venezia, con le dimissioni in blocco della giuria internazionale dell’edizione Arte 2026, non è soltanto un incidente istituzionale. È il sintomo di un problema più profondo e ricorrente, il rapporto irrisolto tra politica e cultura in Italia.

Quando un’istituzione culturale autonoma diventa terreno di scontro tra governo e governance interna, il danno non è mai circoscritto. Non riguarda solo gli equilibri amministrativi o le scelte di una direzione artistica. Colpisce la credibilità stessa dello spazio culturale come luogo libero, capace di esprimere visioni, conflitti e contraddizioni senza dover rispondere a logiche di opportunità politica.

Il caso della Biennale è emblematico. La scelta di riaprire il Padiglione Russo, in un contesto geopolitico segnato dalla guerra in Ucraina, era destinata a dividere. Ma proprio per questo rientrava pienamente nella sfera di autonomia culturale, discutibile, criticabile, ma legittima. Trasformare quella decisione in un caso politico, fino all’invio di ispettori ministeriali, significa oltrepassare una linea sottile ma decisiva.

Il Ministero della Cultura ha il dovere di vigilare sulla correttezza amministrativa degli enti partecipati. Ma quando l’azione ispettiva si inserisce in un contesto di aperto dissenso politico, il rischio di essere percepita come uno strumento di pressione diventa inevitabile. E la percezione, in questi casi, conta quanto la realtà.

Le dimissioni della giuria, presieduta da Solange Farkas, arrivano esattamente in questo punto di frattura. Non è necessario condividere la loro posizione, né la scelta di escludere Russia e Israele dai premi, per riconoscere la portata del gesto, un atto di rottura contro ciò che appare come un’ingerenza politica nella sfera artistica.

Non è la prima volta che accade. Il recente caso di Beatrice Venezi al Teatro La Fenice ha già mostrato quanto rapidamente la cultura possa essere trascinata dentro dinamiche di appartenenza e contrapposizione politica. In quel contesto, come oggi, il rischio non era tanto la scelta in sé, quanto il clima che la circondava, una polarizzazione che riduce l’arte a strumento identitario.

La politica, quando entra nella cultura con passo pesante, finisce quasi sempre per impoverirla. Non perché la cultura debba essere neutrale, non lo è mai stata, ma perché deve restare libera. Libera di sbagliare, di provocare, di prendere posizioni scomode. Libera, soprattutto, di non dover rispondere a un’autorità politica che ne condiziona indirettamente le scelte.

Difendere l’autonomia della Biennale non significa difendere ogni decisione presa al suo interno. Significa riconoscere che esiste un confine che la politica non dovrebbe attraversare. Un confine fatto di rispetto istituzionale e di fiducia nei meccanismi culturali.

Quando un ministro manda gli ispettori in un clima di scontro aperto, il messaggio che passa non è quello della trasparenza, ma quello dell’intimidazione. E anche se non fosse questa l’intenzione, è questo l’effetto.

La cultura italiana ha bisogno di istituzioni forti e indipendenti, non di organismi sotto tutela. La Biennale di Venezia, per storia e prestigio internazionale, rappresenta uno dei pochi spazi in cui l’Italia esercita ancora una leadership culturale globale. Indebolirne l’autonomia significa indebolire il Paese.

In tempi di tensioni geopolitiche e divisioni interne, la tentazione di politicizzare ogni ambito è forte. Ma è proprio in questi momenti che servirebbe il contrario, più distanza, più rispetto, più libertà.

Perché quando la politica invade la cultura, non la governa. La svuota.