Venezi: un incarico sbagliato, una fine inevitabile

Dalla nomina alle dichiarazioni su «La Nación»: una gestione che si è consumata da sola

Beatrice Venezi

La vicenda di Beatrice Venezi al Teatro La Fenice si chiude come spesso accade nelle storie costruite più sul consenso che sulla sostanza, senza bisogno di congiure, senza regie occulte, ma per effetto di una sequenza di errori interni. Non è stata l’orchestra a “farla fuori”. L’orchestra, semmai, non l’ha mai realmente accolta, e per ragioni che precedono e prescindono dalle polemiche politiche.

Il nodo, fin dall’inizio, non era ideologico. Era metodologico e professionale. In un’istituzione come la Fenice, la nomina del direttore musicale segue prassi consolidate, conoscenza reciproca, prove sul campo, costruzione di un rapporto artistico. Nulla di tutto questo è avvenuto. La designazione di Venezi è apparsa sin da subito come una forzatura, e come tale è stata percepita da chi quell’istituzione la vive quotidianamente.

Ridurre tutto a uno scontro tra “destra” e “sinistra” ha semplificato il dibattito fino a svuotarlo. Il punto non era, e non è, il posizionamento politico di Venezi, né il suo diritto a esercitare la professione, che nessuno mette in discussione. Il punto è la distanza tra il suo curriculum e la responsabilità affidatale, una distanza che molti osservatori, anche internazionali, hanno rilevato senza ambiguità.

Ma se la nomina nasce debole, la gestione successiva si è rivelata decisiva. A pesare non sono state soltanto le perplessità artistiche, bensì una serie di dichiarazioni pubbliche che hanno incrinato ulteriormente un equilibrio già fragile. L’intervista rilasciata a La Nación di Buenos Aires rappresenta il punto di non ritorno, accusare implicitamente gli orchestrali della Fenice di pratiche nepotistiche ha significato delegittimare l’istituzione stessa di cui si era chiamati a guidare il profilo musicale.

È qui che la vicenda assume un carattere emblematico. Perché quelle parole non solo hanno isolato Venezi all’interno del teatro, ma hanno anche messo in luce una contraddizione evidente, denunciare presunti meccanismi di cooptazione mentre si beneficia, agli occhi di molti, di una nomina percepita come politicamente sponsorizzata. Il riferimento ai rapporti con ambienti vicini a Giorgia Meloni, al di là delle intenzioni personali, ha alimentato questa percezione, rendendo difficile separare il piano artistico da quello politico.

In questo contesto, l’orchestra non ha avuto bisogno di agire. Non c’è stata una rivolta organizzata, né una regia sotterranea. C’è stato, piuttosto, un progressivo logoramento della posizione della direttrice, accelerato da scelte comunicative discutibili e da una gestione poco accorta dei rapporti istituzionali.

Alla fine, la decisione di interrompere il rapporto appare come l’esito quasi inevitabile di questo processo. Non una epurazione, ma una conclusione. Non una vittoria dell’orchestra, ma il fallimento di un’impostazione.

Resta, sullo sfondo, una questione più ampia che riguarda il rapporto tra politica e cultura in Italia. Le istituzioni artistiche di rilievo internazionale non possono essere trattate come terreni di compensazione o visibilità. Richiedono competenze, autorevolezza, e soprattutto rispetto delle loro dinamiche interne.

La parabola di Venezi alla Fenice non dimostra tanto l’ostilità di un ambiente quanto il rischio, sempre attuale, di sovrapporre logiche estranee alla natura delle istituzioni culturali. E mostra come, in assenza di basi solide, non siano gli avversari a determinare una caduta, ma le contraddizioni interne di chi quella posizione la occupa.