La giustizia del lavoro di Milano torna a far discutere con una sentenza che mette al centro il principio di proporzionalità. Un magazziniere di un noto punto vendita in zona Porta Vittoria, con un’anzianità di servizio di ben 22 anni e appartenente alle categorie protette, era stato sollevato dall’incarico nell’ottobre 2025. Il motivo? Si era presentato al lavoro in stato di evidente alterazione alcolica, al punto da non riuscire a mantenere l’equilibrio, costringendo i colleghi a condurlo in un’area riservata.
Il rifiuto della conciliazione e il percorso di recupero
Nonostante l’ammissione di colpa del dipendente — che aveva giustificato l’accaduto con un grave periodo di crisi personale e si era immediatamente rivolto al NOA (Nucleo Operativo Alcoldipendenze) per farsi aiutare — l’azienda aveva optato per il licenziamento per giusta causa. Durante la fase giudiziaria, la giudice Francesca Saioni ha tentato una via conciliativa, ma la società si è mostrata irremovibile sul reintegro, offrendo esclusivamente un indennizzo economico.
Le ragioni del Giudice: un errore non cancella una carriera
Entrando nel merito delle motivazioni, il Tribunale ha chiarito che, sebbene il comportamento del dipendente sia stato senza dubbio “biasimevole”, non ha raggiunto una gravità tale da troncare definitivamente il rapporto di fiducia. Secondo la giudice, la punizione corretta sarebbe stata una sospensione temporanea e non la perdita del posto. A pesare in favore dell’uomo è stata soprattutto la sua condotta esemplare negli ultimi 22 anni: si è trattato infatti di un episodio isolato in una carriera priva di qualsiasi altra nota disciplinare. Inoltre, la sentenza ha ridimensionato le accuse dell’azienda riguardo ai danni materiali e all’immagine: il calcio dato ad alcuni scatoloni non ha prodotto reali perdite economiche e la presenza dell’uomo davanti ai clienti è stata così breve da non poter essere considerata un danno concreto alla reputazione del negozio.
Il verdetto: il ritorno al lavoro e i costi per la società
Alla luce di queste considerazioni, è stato reso illegittimo il licenziamento e ufficialmente annullato. Per la società, la decisione si traduce ora in un conto salato e nell’obbligo di riaccogliere il magazziniere in organico. Oltre a dover reintegrare il dipendente, l’azienda è stata condannata a versargli tutti gli stipendi non percepiti dal giorno dell’allontanamento fino a oggi — una somma che copre circa sei mesi di arretrati sulla base di una retribuzione mensile di quasi 1.400 euro. A questo si aggiunge la condanna al pagamento di circa 5.000 euro per le spese legali, chiudendo così una vicenda che sottolinea quanto, nel diritto del lavoro, la sanzione debba sempre essere misurata alla storia complessiva del lavoratore.
