Cesare Parodi lascia la guida dell’Associazione Nazionale Magistrati nel momento forse più delicato e, per certi versi, più significativo del suo mandato, quello successivo alla vittoria del No al referendum. Non è un dettaglio secondario. È proprio nei passaggi in cui una categoria potrebbe essere tentata dall’autocompiacimento che si misura la statura di chi la rappresenta. E Parodi, con sobrietà e senso delle istituzioni, ha scelto la strada più difficile, trasformare un successo politico in un’occasione di verità.
Il risultato referendario, infatti, non può essere letto come una assoluzione generale o come la certificazione che nella magistratura italiana tutto funzioni bene. Sarebbe un errore grave, prima ancora che una semplificazione comoda. Parodi lo ha compreso e lo ha detto con chiarezza, la vittoria è una delega forte, ma non è una delega in bianco. È un credito di fiducia che i cittadini hanno concesso alla magistratura, e che ora deve essere onorato con comportamenti irreprensibili, trasparenza, coerenza e capacità di rinnovamento.
È qui che si colloca il tratto più meritorio della sua azione alla guida dell’Anm. In una stagione segnata da tensioni, sfiducia e ferite profonde nel rapporto tra toghe e opinione pubblica, Parodi ha avuto il merito di ricondurre il dibattito al suo nucleo essenziale, la credibilità. Non il potere, non l’autodifesa corporativa, non la chiusura identitaria. La credibilità. E la credibilità, come egli stesso ha ricordato, non si rivendica, si conquista ogni giorno.
La sua leadership ha avuto il pregio di non indulgere né nel vittimismo né nella retorica. Ha saputo difendere il ruolo costituzionale della magistratura, ma senza negare la necessità di un cambiamento. Anzi, ha indicato con lucidità che il vero pericolo, oggi, non viene solo dagli attacchi esterni, ma anche da tutto ciò che, all’interno, può alimentare opacità, personalismi, logiche di appartenenza e distanze dai cittadini. È un richiamo severo, ma giusto. E soprattutto necessario.
Anche la sua decisione di lasciare l’incarico, motivata da ragioni familiari e dal convincimento che l’Anm abbia bisogno di un presidente “a tempo pieno”, aggiunge valore alla sua figura pubblica. In un tempo in cui troppo spesso le posizioni vengono difese fino all’ultimo per prestigio personale, Parodi ha scelto il passo indietro come gesto di responsabilità. Non c’è debolezza in questo. C’è, al contrario, il senso del limite e il rispetto dell’istituzione.
La magistratura italiana, oggi, ha davvero bisogno di dare un segnale positivo ai cittadini. Ha bisogno di dimostrare, nei fatti, di aver compreso che l’autorevolezza non deriva soltanto dalla funzione esercitata, ma dalla qualità morale e professionale con cui essa viene vissuta. La fiducia pubblica non è eterna, né automatica. E se si incrina, si ricostruisce solo con l’esempio.
Per questo l’eredità più importante lasciata da Cesare Parodi non è soltanto una vittoria referendaria. È un metodo e, insieme, un monito, la magistratura può difendere se stessa solo se sa prima riformare se stessa. E può continuare a chiedere fiducia al Paese soltanto se non smette mai di meritarla.
