C’è un dato politico che, più di ogni slogan, racconta la verità di queste ore, se il referendum sulla giustizia fosse andato diversamente, oggi probabilmente saremmo ancora qui a vedere Andrea Delmastro, Daniela Santanchè e Giusi Bartolozzi ben saldi ai loro posti, protetti da una narrazione garantista costruita su misura e da una maggioranza pronta a trasformare ogni imbarazzo in complotto.
È questo il punto che non si può eludere. Per mesi il governo e la destra hanno chiesto fiducia agli italiani in nome di una riforma presentata come necessaria, equilibrata, perfino “di civiltà”. Ma alla prova dei fatti emerge una verità molto più scomoda, quella battaglia non era separata dalla gestione del potere, dalla sopravvivenza politica di alcuni nomi simbolo, dal tentativo di depotenziare proprio quegli strumenti di controllo che in una democrazia dovrebbero restare intatti, soprattutto quando a essere coinvolti sono uomini e donne delle istituzioni.
Oggi Giorgia Meloni prova a intestarsi una tardiva operazione di pulizia. Ma proprio questa accelerazione improvvisa rivela l’ipocrisia del meccanismo. Perché se davvero esisteva, come oggi si lascia intendere, una questione morale, allora il repulisti andava fatto prima, non dopo. Andava fatto quando i casi erano già noti, quando le ombre erano già pubbliche, quando le incompatibilità tra incarichi di governo e condotte politicamente devastanti erano già evidenti.
Invece si è scelto di resistere, coprire, minimizzare. Si è parlato di “avvisi di garanzia usati come armi”, di “giustizia a orologeria”, di “manine” e persecuzioni mediatiche. Si è confusa deliberatamente la presunzione di innocenza, principio sacrosanto nel processo penale, con l’assenza totale di responsabilità politica. Due piani distinti, che la destra ha finto di non saper distinguere finché le conveniva.
E allora il punto diventa inevitabilmente politico, non giudiziario. Perché una classe dirigente seria non aspetta l’esito del consenso, non misura l’etica sulla base dei sondaggi, non scopre il decoro istituzionale soltanto quando il costo reputazionale diventa troppo alto da sostenere.
Se oggi alcuni di quei nomi diventano improvvisamente “sacrificabili”, non è perché il governo abbia ritrovato un principio. È perché ha perso una copertura. È perché il voto ha tolto al potere quella cornice di legittimazione dentro cui certi profili potevano ancora essere difesi. In altre parole, non è cambiata la morale, è cambiata la convenienza.
Ed è qui che la contraddizione di Giorgia Meloni diventa più evidente. Non si può rivendicare rigore dopo aver tollerato tutto. Non si può parlare di serietà istituzionale dopo aver protetto l’indifendibile. Non si può invocare la pulizia della vita pubblica solo quando il prezzo dell’impurità diventa elettoralmente insostenibile.
Una questione morale a convenienza, subordinata al consenso politico, non è una questione morale, è solo tattica. E la tattica, quando si traveste da principio, finisce sempre per tradire sé stessa.
