A pochi giorni dal voto sul referendum sulla giustizia, il fronte del No trova un nuovo e significativo sostegno, quello degli amministratori locali. Sono circa 270 i sindaci italiani che hanno firmato l’appello promosso da ALI, Autonomie Locali Italiane, invitando i cittadini a respingere la riforma. Tra loro figurano i primi cittadini delle principali città del Paese: Roma, Napoli, Torino, Bari, Bologna, Firenze, Genova e anche Milano, con il sindaco Beppe Sala che ha dichiarato che voterà No.
Il messaggio degli amministratori è diretto, chi ricopre una carica pubblica e ha giurato sulla Costituzione ha il dovere di difendere gli equilibri istituzionali. Per questo motivo molti sindaci ritengono che la riforma proposta rischi di alterare il rapporto tra poteri dello Stato e di indebolire il sistema delle garanzie.
La mobilitazione degli enti locali non è soltanto simbolica. I sindaci rappresentano il livello istituzionale più vicino ai cittadini e spesso intercettano per primi le conseguenze concrete delle scelte legislative. Il fatto che un numero così elevato di amministratori, appartenenti a territori e realtà differenti, abbia deciso di esporsi pubblicamente indica quanto il tema della giustizia stia attraversando il Paese anche al di fuori delle tradizionali sedi della politica nazionale.
Nel frattempo il clima istituzionale si è fatto sempre più teso. Il dibattito sulla riforma ha riacceso il confronto tra magistratura e governo. Durante il congresso di Magistratura democratica, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha criticato duramente alcune posizioni espresse negli ultimi mesi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, in particolare quelle relative al presunto “sistema paramafioso” del Consiglio superiore della magistratura. Senza citarlo direttamente, Lo Voi ha osservato che chi utilizza simili espressioni “o non capisce nulla di mafia o non capisce nulla di magistratura”.
La replica del ministro non si è fatta attendere. Nordio ha dichiarato di essere dispiaciuto che un magistrato con incarichi così rilevanti “continui a equivocare”, sostenendo di aver semplicemente riferito parole pronunciate da un altro magistrato. La polemica si inserisce in un contesto già segnato da frizioni tra governo e alcune componenti della magistratura.
Anche dal mondo accademico e dall’avvocatura sono arrivati interventi critici. Il costituzionalista Enrico Grosso ha sostenuto che la riforma potrebbe mettere in discussione diritti fondamentali dei cittadini, mentre altre voci istituzionali hanno invitato a riportare il confronto su un terreno meno conflittuale. Il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli ha richiamato tutti a evitare delegittimazioni reciproche che rischiano di minare la fiducia nella giustizia.
In questo scenario polarizzato, l’iniziativa dei sindaci assume un valore politico e simbolico rilevante. La loro presa di posizione non riguarda solo una scelta referendaria, ma richiama il tema più ampio della tenuta dell’architettura costituzionale. L’argomento centrale dell’appello è proprio questo, le riforme della giustizia devono migliorare l’efficienza del sistema senza compromettere l’equilibrio tra i poteri e l’indipendenza della magistratura.
Il voto si avvicina dunque in un clima acceso, dove le istituzioni si confrontano apertamente e il Paese appare diviso. La “carica dei sindaci” per il No rappresenta uno dei segnali più evidenti di questa mobilitazione civica e istituzionale.
Nel frattempo, il dibattito resta aperto e carico di implicazioni politiche che vanno ben oltre il risultato referendario.
