La pace secondo Trump: o con me o contro di me

Dall’Iraq all’Iran, l’illusione che la forza militare possa esportare stabilità

Manama, Bahrain, 28 febbraio 2026

Donald Trump ha annunciato l’inizio di “grandi operazioni di combattimento” contro l’Iran, affiancato dal governo di Benjamin Netanyahu. Le esplosioni a Teheran, gli attacchi missilistici iraniani su Israele e sulle basi statunitensi nel Golfo, la chiusura degli spazi aerei, lo stato d’emergenza dichiarato in più paesi della regione, tutto racconta l’ennesima spirale che il Medio Oriente conosce fin troppo bene.

Washington e Tel Aviv parlano di attacco “preventivo”. Teheran promette una “rappresaglia schiacciante”. In mezzo, milioni di civili che non hanno scelto né la teocrazia repressiva né l’escalation militare.

Il linguaggio del cambio di regime

L’elemento più grave non è soltanto l’azione militare, ma la retorica che l’accompagna. Trump ha invitato il popolo iraniano a “prendere il controllo del proprio governo”, offrendo immunità ai militari che si arrendano e “morte certa” a chi resista. È un linguaggio che travalica la logica della deterrenza e si colloca apertamente sul terreno del cambio di regime.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti evocano la liberazione di un popolo attraverso la forza. Dall’Iraq alla Libia, la promessa di libertà consegnata dai bombardamenti ha spesso prodotto vuoti di potere, radicalizzazione e instabilità duratura. Pensare che l’Iran, potenza regionale con una struttura statale solida e una rete di alleanze estese, possa essere piegato senza conseguenze sistemiche è un azzardo storico prima ancora che militare.

Diplomazia o ultimatum?

L’operazione arriva dopo settimane di negoziati sul programma nucleare iraniano. Ma quale diplomazia è possibile quando una delle parti concepisce il tavolo come un preludio alla resa?

La diplomazia statunitense, soprattutto nella declinazione trumpiana, non è mai neutra, è transazionale, condizionata all’interesse nazionale definito unilateralmente. Se l’interlocutore non accetta le condizioni poste da Washington, il negoziato si trasforma in pressione, sanzione, isolamento, e infine in minaccia militare. In questo schema, il compromesso multilaterale appare come una debolezza, non come uno strumento di equilibrio internazionale.

Il risultato è che la diplomazia diventa l’anticamera della guerra, non uno spazio di mediazione, ma un corridoio che conduce all’escalation quando l’altro non si adegua.

La regione sull’orlo

Le esplosioni a Manama, Abu Dhabi, Kuwait City e Riyadh mostrano che un conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non resta confinato. Coinvolge le monarchie del Golfo, mette a rischio le rotte energetiche, riaccende fronti latenti in Iraq e Siria. Ogni missile lanciato amplia il raggio dell’instabilità.

Anche le prese di posizione internazionali, dalla condanna russa al sostegno ucraino agli attacchi, confermano che il conflitto si inserisce in un quadro globale già fratturato. In un sistema internazionale segnato dalla guerra in Europa orientale e dalla competizione tra grandi potenze, un nuovo teatro di guerra rischia di consolidare blocchi contrapposti.

Contro la guerra, senza ambiguità

Essere contro questa guerra non significa assolvere la repressione interna iraniana né ignorare le tensioni regionali. Significa riconoscere che l’uso della forza come strumento di trasformazione politica esterna raramente produce democrazia e quasi sempre genera macerie.

Se davvero si vuole sostenere il popolo iraniano, la via non è bombardare i palazzi del potere sperando in un’insurrezione, ma riaprire canali multilaterali credibili, coinvolgere attori regionali, garantire incentivi reali alla de-escalation. La sicurezza non nasce dall’umiliazione dell’avversario, ma da un equilibrio negoziato.

La domanda decisiva è semplice, la comunità internazionale intende accettare che la legge del più forte sostituisca il diritto internazionale, o vuole ancora credere nella diplomazia come alternativa reale alla guerra?

Finché la risposta sarà affidata ai missili, la pace resterà un’illusione armata.